Archivi per febbraio 2010

Antonio: una preghiera di totale abbandono


“Non mi raccontare quello in cui credi: fammi vedere come preghi!”
Così Antonio, nella sua densa testimonianza, ci stimola ad approfondire e a scandagliare i modi di scendere nell’interiorità, al di là dei dogmi concettuali, degli schemi mentali, e di ciò che crediamo di credere.
Una preghiera di totale abbandono implica un processo di conversione: dal narcisismo autoreferenziale dell’ego allo slancio fiducioso verso un’alleanza che ci libera e ci salva.
Nella riscoperta di una spiritualità più profonda e incarnata, non limitata al compimento volontaristico di atti devoti, il corpo assume una nuova e importante dignità, proprio perché è lì, sul piano sensibile e sperimentale, che si tocca con mano la gratuità del processo trasformativo.
Una buona pratica meditativa quotidiana ci predispone con umiltà alla realizzazione degli stati trasformativi, li prepara e li propizia, attraverso l’esercizio di un ‘attivo’ abbandono, di una passività ‘alacremente perseguita’, pur con tutte le nostre discontinuità e debolezze.
Gli stati fioriscono nella misura in cui li realizziamo, uno per volta, senza fretta, senza pretese, con precisione e con una tranquilla consapevolezza.
Dal nostro progressivo divenire ‘recipienti capaci’ (di lasciarci salvare, di ricevere la grazia…) sperimentiamo una dimensione di alleggerimento, di dolcezza, e di gioia piena.
Così ci accorgiamo che questo momento, precisamente questo momento qui, “è veramente un momento meraviglioso”.

Il lungo viaggio di Tiziano Terzani: la vera rivoluzione comincia da noi

Mi permetto di segnalarvi, in tempo di quaresima, e dunque anche di riflessioni, questa lodevole iniziativa delle testate di Espresso e Repubblica che offrono in edicola a 14,90 euro un cofanetto composto da libro, CD e DVD che si intitola “Le parole altre. Il lungo viaggio di Tiziano Terzani”; perché ho avuto modo di assistere, all’Auditorium Parco della Musica con Gabriella, allo spettacolo con Angela Terzani Staude (la moglie) e il Francesco Bruno ensemble, da cui il DVD video è tratto e ne sono rimasto colpito sia per la ricchezza dei contributi, con inediti brani di interviste al celebre giornalista provenienti dall’archivio RAI, affettuose testimonianze di amici dello stesso e per la scelta dei brani musicali appositamente composti dall’ensamble che hanno accompagnato e commentato la serata in ricordo.


Grazie alla puntuale segnalazione del sito presso cui mi sono a suo tempo registrato (www.tizianoterzani.com) sono venuto a conoscenza di questa iniziativa e credo che nel desolante panorama culturale che ci circonda siano una cosa da apprezzare. Ho avuto già altre volte modo di parlare delle qualità di questo Viaggiatore, come ha voluto fosse unicamente scritto sulla pietra che lo avrebbe ricordato nel cimitero di Orsigna, giornalista e scrittore, della sua umanità e della sua grande esperienza di culture orientali che gli ha permesso di giungere infine alle stesse sintesi cui siamo pervenuti noi all’interno dei Gruppi Darsi Pace; e siccome non lo trovo affatto un caso riporto di seguito un breve stralcio di una delle sue ultime interviste. Risponde Terzani al suo interlocutore:

 

“… tutta la mia vita ho visto rivoluzioni fallite:

Unione Sovietica, i massacri di quel regime in nome di un sogno, un grande sogno, orribile, un incubo…

la Cina, ci sono andato, ho studiato il cinese pensavo che la Cina era un’interessante esperimento,

un incubo, massacri …

e tutte : la rivoluzione vietnamita, la rivoluzione cambogiana, sempre queste rivoluzioni fatte fuori

con grandi massacri, risultato? Una grande povertà sia materiale che spirituale,

allora forse è il momento di pensare che la sola rivoluzione che è possibile fare è

quella dentro di noi,… cominciare da noi….

 

 

Buttiamo faticosamente via le nostre maschere ritorniamo al nostro vero io incorrotto….

Ricolleghiamoci alla vera Fonte incontaminata, è questa la nostra rivoluzione.

 

E’ una piacevole lettura, uno spettacolo interessante e della buona musica che sicuramente renderanno ancora più piacevole il nostro percorso.

 

Quaresima, digiuno da cosa?

APRIAMO UN FORUM SUL CONTENUTO E SOPRATTUTTO SUL SENSO DEL DIGIUNO DURANTE QUESTE SETTIMANE CHE PREPARANO LA PASQUA

Dalla cioccolata, dal vino, dalla carne. Dalle sigarette. Dalle chiacchiere al telefono, dagli sms, dal controllo compulsivo delle mail. Dal pettegolezzo, dalla voglia di avere l’ultima parola. Dalla macchina. Dall’indifferenza verso il collega o il vicino di casa. Dal sesso, dalla mancanza di sesso. Cosa avete smesso di fare, da cosa state digiunando in questi giorni di Quaresima? E come vi sentite? Siete coerenti, vi sentite in colpa se non rispettate l’impegno, siete felicemente incoerenti?


Ma soprattutto perchè? Perchè digiunare da qualche nostra abitudine? Cosa cerchiamo in questo cammino, forza, conferme, sacrificio, conversione? Siamo in grado di entrare nel significato profondo che chiede il Vangelo? Cos’è per noi il digiuno? E’ una palestra di disciplina, una bandiera da sventolare con se stessi e con gli altri, un modo per fare il vuoto e lasciare spazio all’ascolto del prossimo?

Apriamo oggi un forum con i lettori di Darsi pace. Ha ancora un senso il digiuno? Quali forme prende? E cosa ci si aspetta?

Buona preparazione alla Pasqua per tutti.

Scegliere il bene comune: percorsi di riflessione sul futuro del paese

Di fronte al declino del sistema dei partiti, come promuovere l’inclusione e la cittadinanza attiva?

Come evitare la deriva dell’indifferenza e dell’antipolitica in una società in cui il potere dell’immagine, l’edonismo e l’ostentazione del successo travolgono spesso le regole del consenso?


 

 

Quali risposte dare alle sfide poste dalla crisi globale, dall’irrisolto divario tra Nord e Sud del Paese e dal crescente disagio di alcune fasce sociali?

Su questi e altri temi verteranno sei incontri promossi dalla Fondazione Achille Grandi per il Bene Comune attraverso il progetto Polis, percorso di formazione e cultura politica: un’occasione per affrontare temi utili a riportare le scelte dei decisori pubblici al BENE COMUNE.

 

Calendario degli incontri

 

23 Feb._____Dinamica di un corteggiamento: i partiti e la società civile

Matteo Colaninno (Imprenditore e deputato)

Domenico Delle Foglie (Editorialista “Avvenire” – Direttore PiùVoce.net)

Franco Pasquali (Coordinatore Retinopera)

Modera: Lidia Borzì (Presidente Acli Regionali Lazio)

 

23 Mar._____E` più facile salvare una banca che vite umane?

Paola Pierri (Presidente Unidea – Unicredit Foundation)

Leonardo Bechetti (Professore di Economia Politica presso l’Università di Roma “Tor Vergata”)

Modera: Myrta Merlino (Giornalista)

 

27 Apr._____Una, indivisibile, federale. L’italia del XXI secolo

Tommaso Padoa Schioppa (Economista)*

Mario Ciampi (Direttore Fondazione Farefuturo)

Gianluigi Bizioli (Professore di Diritto tributario l’Università di Bergamo)

Modera: Michele Rizzi (Presidente Fondazione Achille Grandi per il Bene Comune)

 

11 Mag._____Non c’è pace senza giustizia

Alfredo Mantovano (Sottosegretario Ministero dell’Interno)*

Roberto Scarpinato (Procuratore Aggiunto – Procura della Repubblica di Palermo)

Modera: Alessandro Benedetti (Avvocato)

 

25 Mag._____Quali valori nella società della videocrazia?

Franco Bechis (Vicedirettore “Libero”)

Antonio Polito (Direttore “Il Riformista”)

Andrea Olivero (Presidente Nazionale Acli)

Marco Guzzi (Poeta e scrittore)

Modera: Stefania Saracino (Giornalista)

 

30 Giu._____Non è un Paese per famiglie

Giorgia Meloni (Ministro della Gioventù)*

Alessandro Rosina (Professore di Demografia presso l’Università Cattolica di Milano)

Modera: Mimmo Muolo (Giornalista “Avvenire”)

 

* da confermare

Sala Baldini, Piazza Campitelli 9 – ore 18:30

info:  06-69923457  info@fondazionebenecomune.it  www.fondazionebenecomune.it  info@laboratorioperlapolis  www.laboratorioperlapolis.itù

anche in diretta sul sito www.blogpolis.it

in collaborazione con ACLI provinciali di Roma

La saggezza delle fiabe – di Massimo Diana – Nuovo volume della collana CROCEVIA

Le fiabe raccontano la nostra storia, non parlano d’altro che degli eterni e universali conflitti che ciascuno di noi incontra nel divenire se stesso, nel suo quotidiano costruirsi in umanità. Esse non stancano di ripeterci che anche l’impossibile può divenire realtà e ci dicono che, certamente, una meta di pace, di pienezza e compimento, di felicità, esiste, ed è a portata di mano.

Il libro verrà presentato a Roma Giovedì 22 aprile, alle ore 18, nella Libreria Feltrinelli di Via V.E. Orlando n 78/81.
Alla presentazione parteciperanno Massimo Diana e Marco Guzzi

Siamo in un momento storico di grandi trasformazioni. Ed è proprio nei momenti-chiave della nostra storia personale e collettiva che è utile, e a volte necessario, ritornare alle origini e attingere alla sapienza che è custodita nelle radici: le fiabe racchiudono in loro qualche scintilla di questa ancestrale saggezza. Ma proprio le immagini senza tempo delle fiabe costringono ad un approccio che deve andare oltre le divisioni e le separazioni tra discipline, linguaggi e saperi.


Le fiabe si comprendono attraverso la mente e il cuore, l’intelligenza e il sentimento, la fantasia e l’immaginazione… Esse nascono da quel centro che è situato molto più in basso e in profondità rispetto alla nostra testa e alla nostra ragione e si comprendono lasciandole lì risuonare. Proprio le fiabe possono aiutarci ad assimilare più a fondo e a vivere con maggiore verità, quei valori e quei significati universali e senza tempo che sono indispensabili per dare un senso al nostro cammino, per darsi pace e, attraverso questa, donare fiducia e speranza tutt’intorno.


Il tema trasversale di questa raccolta è la saggezza, cioè quella particolare sapienza che nasce dall’esperienza di una vita vissuta e che scaturisce – nella misura in cui siamo disposti a lasciarle spazio – dalle profondità del nostro corpo e del nostro essere e che costituisce quel sogno a cui non dobbiamo mai rinunciare. Si tratta semplicemente di lasciarsi sorprendere dalla verità che abita da sempre dentro ciascuno di noi e lasciarle spazio… ecco, questa è la saggezza… non rinunciare mai ai tuoi sogni!





MASSIMO DIANA, filosofo, è autore di diversi saggi sulla necessità di un incontro fecondo tra religione, psicologia del profondo e filosofia, nella convinzione che è solo nel crocevia tra questi saperi e linguaggi che è possibile aiutare efficacemente l’uomo nel compito di costruirsi in umanità (tra gli ultimi Le forme della religiosità. Dinamiche e modelli psicologici della maturità religiosa, Edizioni Dehoniane, Bologna 2006; Contaminazioni necessarie. La cura dell’anima tra religioni, psicoterapie e counselling filosofici, Moretti & Vitali, Bergamo 2008). Sull’universo delle fiabe, delle leggende, dei miti, ha già pubblicato presso la Elledici le raccolte: Fiabe per crescere (2005) e Fiabe per amare. Lo sviluppo psichico raccontato attraverso il linguaggio delle fiabe (2007) e anche Incarnazione. Percorsi di umanizzazione. 1. Figure dell’amore, Moretti & Vitali, Bergamo 2009.


Hanno ucciso l’inconscio, caccia al killer

LIBRO PROVOCAZIONE DELLO PSICANALISTA RECALCATI: “L’UOMO MODERNO HA CANCELLATO L’INTIMITA’ DEL SOGGETTO, L’ECCESSO DI STIMOLI UCCIDE IL DESIDERIO”

C’è una probabile vittima e, secondo gli indizi, si chiama inconscio. C’è un forte sospettato e, prove alla mano, è il nostro tempo. Ma forse c’è ancora una speranza di scongiurare il peggio. È un’indagine originale quella che lancia Massimo Recalcati, analista lacaniano (ma lucido, brillante, originale e chiarissimo, al contrario del grosso dei lacaniani), autore del saggio “L’uomo senza inconscio”, edito da Cortina, secondo molti libro destinato a lasciare il segno.


 

Hanno ammazzato l’inconscio, dunque, la tesi di questo testo che sembra un triller. Ma più che un indiziato unico, a compiere il delitto sarebbe un’associazione a delinquere. Dice Recalcati: “E’ il nostro tempo che minaccia l’intimità più radicale e scabrosa del soggetto. È l’epoca dei turbo-consumatori, dell’inebetimento maniacale, della gadgettizzazione della vita, della burocrazia robotizzata, del culto narcisistico dell’Io, dell’estasi della prestazione, della spinta compulsiva al godimento immediato come nuovo comandamento assoluto”.

Ma non è un omicidio evidente, quello consumato ai danni dell’inconscio. Piuttosto una sparizione. Forse una morte bianca. E prima di avvisare i parenti, Recalcati chiarisce bene qual è secondo lui la foto segnaletica dello scomparso: “L’inconscio non è un dato di natura, qualcosa che esiste in quanto tale. Ma qualcosa che dobbiamo far esistere. L’inconscio esige rigore, perseveranza, ma anche disponibilità a perdersi, a incontrare il caos, l’imprevisto. Soprattutto la capacità di esporsi al rischio della solitudine e del conflitto”.

Siamo infelici, dice l’analista, perché tradiamo il programma inconscio del nostro desiderio, lo mascheriamo, lo sopprimiamo tramite un Io che si modella sulle attese altrui.

Ecco allora che si delineano i moventi di questo possibile omicidio. Le ragioni per abbatterlo, l’inconscio, sono fortissime. Spiega Recalcati: “Come diceva Heidegger, riprendendo Nietzsche, il deserto cresce e il mondo si riduce a mero calcolabile. Il nostro tempo è sordo al tempo lungo del pensiero, maniacalizza l’esistenza con un eccesso di stimolazioni e oggetti di consumo, cancella la spinta singolare del desiderio in nome di un iperedonismo ben integrato al sistema, dell’affermazione entusiasta e disincantata dell’homo felix”.

È interessante il modo in cui l’autore rilegge il vecchio Super–Io. Una metamorfosi inquietante: il comandamento sociale prevalente oggi non impone più la rinuncia al piacere immediato in nome della morale civile, come ai tempi di Freud, ma al contrario impone il godimento come forma inaudita del dover essere. Come obbligo. La vita va così alla deriva, continua Recalcati, caotica, spaesata, priva di punti di riferimento, smarrita e vulnerabile. “Devi godere”, è il nuovo imperativo categorico. Non il godere sano che viene dal desiderio reale, guidato dall’inconscio, ma una volontà tirannica, priva di scambio con l’altro. Priva anche di eros. Prevale solo la pulsione opposta, quella della ripetizione che attenta alla vita, che porta solo disastro.

Insomma, in nome di questo piacere coatto, si aderisce a una maschera sociale, che simula trasgressione ma nasconde conformismo. Al posto del conflitto freudiano tra principio di piacere e principio di realtà si impone il culto della prestazione esibita. Con tutta la serie di nuove malattie che ne derivano: disordini alimentari, dipendenza dagli stupefacenti, depressioni, attacchi di panico, somatizzazioni. Malattie che, secondo l’analista lacaniano, confermano la dissoluzione dell’inconscio. Una clinica dell’antiamore, la definisce nel libro.

Ecco allora, conclude l’autore, che solo il lavoro di ricerca e di scavo nel profondo possono diventare un luogo di resistenza a questa mutazione devastante, a questo omicidio dell’anima che forse ancora non è del tutto compiuto. Compito etico di tutti oggi è promuovere la singolarità irriducibile degli esseri umani. Contro quelle cure egemoni, quelle cliniche dell’antiamore che si limitano a fingere di aggiustarli.

Ammanniti, Garrone e Sorrentino, la realtà è una ‘sfumatura’ e tutti hanno ragione.

C’era una volta l’Italia di Fellini, Visconti, Antonioni, Gadda e la Morante.

Oggi non c’è più e quel che passa il convento è una ‘nuova’ (per modo di dire, perché sono tutti quarantenni, ma in Italia si sa la gioventù è un’opinione) ondata di intellettuali. Ne scegliamo soltanto tre che sono tra i più considerati, e due di loro ci hanno fatto vincere anche qualche importante premio all’estero: Ammanniti, Garrone, Sorrentino.


 

Ho scelto questi tre perché mi sembrano accomunati da uno stesso linguaggio artistico e da una stessa lettura della attuale realtà italiana.  Linguaggio e lettura che sono assai bene evidenziati dalla intervistona che ieri Antonio D’Orrico ha realizzato a Paolo Sorrentino, l’autore napoletano che ha diretto film già divenuti di culto, L’uomo in più, Le conseguenze dell’amore e soprattutto Il divo.

Nella intervista D’Orrico tanto per stare con i piedi per terra, paragona il nuovo e primo romanzo di Sorrentino che sta uscendo da Feltrinelli, a il Pasticciaccio brutto di Gadda. D’Orrico ripete il paragone più volte nell’intervista tanto che siamo portati a credergli se non fosse che siamo abituati a queste iperboli di D’Orrico che – per chi lo legge – ogni settimana su ‘Sette’ recensisce un romanzo o un saggio definendolo ogni volta immancabilmente “il più importante libro degli ultimi 50 anni.”

Non ho ancora letto, ovviamente Hanno tutti ragione – così si intitola il romanzo di Sorrentino – ma nell’articolone sono riportate la trama, e soprattutto le interessanti osservazioni di Sorrentino, il quale si conferma – come i suoi colleghi Garrone nel cinema e Ammanniti nella letteratura – epigoni di una sorta di arte che si è arresa alla incomprensibilità del reale (e soprattutto del reale italiano).

Al centro del romanzo di Sorrentino c’è un personaggio, Tony Pagoda, eroe campano dei nostri tempi, cantante da night che riceve i complimenti anche da Frank Sinatra, un ‘aspirapolvere di cocaina a tal punto da scandalizzare lo stesso medico svizzero che lo deve disintossicare e  anche uomo “che è un kamasutra vivente”. Il catalogo delle sue performance amorose, ci informa D’Orrico, “va avanti per due pagine ed è puro godimento in tutti i sensi della parola.”

Tony Pagoda è, insomma, un eroe moderno, senza morale perché non conosce nemmeno cosa voglia dire questa parola, Sorrentino lo descrive così: ” È un vitalista, uno che dice: in ultima analisi, la vita è una favolosa rottura di coglioni”.  E tra la rottura di coglioni e il favoloso, aggiunge il regista, lui opta per il secondo aspetto, godendosi la vita alla grande.

Un altro tema del libro è la “decadenza gastronomico/esistenziale” che secondo D’Orrico e Sorrentino  fungevda cruda analisi della società contemporanea: “metafora della vita fasulla e intellettualoide che viviamo.”

Il libro, par di capire è una cavalcata di 264 pagine in quella che Sorrentino definisce “una valle di lacrime e mozzarelle”, ovvero l’Italia,  con Roma, la città di Roma che è secondo il regista “una impressione, una Sindone. Sbiadita. E dentro non c’è nessun dio” (con la d minuscola of course).

E il libro è pieno di personaggi grotteschi, senza senso morale, né buoni né cattivi, che si lasciano vivere e compiono sbagli e misfatti più per apatia e sbandamento che per vera convinzione o cattiveria, esattamente come nei film di Garrone o nei romanzi di Ammanniti.

 Il finale dell’intervista poi  è paradigmatico.   ‘Un’ultima domanda’, dice D’Orrico, ‘ Sorrentino, la filosofia di questo romanzo è quella del titolo ?’

Risponde il regista:  “Sì, in ultima analisi penso veramente che tutti hanno ragione.  Che è vero tutto e il contrario di tutto. E che come dice il maestro Mimmo Repetto, maestro di Pagoda, l’unica cosa importante è la sfumatura.”

Chiaro no ? 

Ecco, io credo che davvero il quadro che si ricava da questa intervista e dalla ‘poetica’ di Sorrentino, Garrone e Ammanniti sia proprio questa rinuncia, questa resa.   Il mondo è una porcata ed è anche incomprensibile. Tutto è vero e tutto è falso allo stesso tempo, e tutto va bene.  E tutti hanno ragione.

Un trionfo ‘relativistico’ che in Italia sembra ormai aver messo tutti d’accordo, anche se ci siamo arrivati come al solito con una ventina di anni di ritardo, da quando Robert Altman realizzò ‘America oggi.’

Oggi sembra quasi una bestemmia, per certi ambienti intellettuali, pronunciare la parola ‘speranza’.  Non parliamo poi di ‘morale’.

Se Tutti hanno ragione, però, come è evidente, è vero anche che Nessuno ha ragione.   Il tutti hanno ragione di Sorrentino è spaventoso perché abdica alla ricerca di un senso.  Dà per definizione  il presente – e anche il prossimo – come inconoscibile e dunque estraneo e immune da un qualsiasi reale coinvolgimento personale. 

 Siamo chiamati ad assistere ad un teatro assurdo, dove anche a noi è richiesto di recitare -per venti minuti, per una giornata o un mese – la nostra parte.

 L’unica chiave di lettura, perciò, è il grottesco e l’eccesso. Perché con altri strumenti – quelli tradizionali – ogni interpretazione della realtà è destinata a fallire.

 Ma l’altro, in questo teatro dell’assurdo, è solo fenomeno macchiettistico, è solo tragedia o orrore, stupore o assenza.   L’altro è, cioè, niente. Niente che ci riguardi veramente.

No, ammiro Sorrentino per il suo cinema e la sua abilità nel costruire storie, ma non è vero che Hanno tutti ragione.

Per me la vita è altro.  La ragione c’è, ed io la trovo dentro me stesso (e non nello specchio confuso che mi rimandano gli altri), e trovandola dentro me stesso, la riconosco come bene per essere utile agli altri, e non per essere soltanto uno spettatore di un teatrino insignificante.

Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento scriveva Etty Hillesum nei suoi Diari, pochi mesi prima di essere mandata nelle docce di Auschwitz – fa’ che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore.

 Preferisco questo, francamente, alle sfumature di  Tony Pagoda…

 

fabrizio falconi 

 

Vieni, facciamo un giro in scooter

Ogni giorno migliaia di persone qui a Roma si coprono ben-bene e salgono in sella di una dueruote ( anche tre da un po’ di tempo )per raggiungere il luogo di lavoro sfidando intemperie , buche , manovre improvvise e tanto altro che in qualsiasi momento può verificarsi.


Io che sono uno di loro ho deciso di parlarvene sollecitato dal pensiero che più di ogni altro mi fa compagnia .
Guidare una dueruote fa sentire liberi e totalmente in contatto con l’ambiente , la facilita di manovra ed i suoni , gli odori (e le puzze ) , il movimento d’aria  e la temperatura accompagnano il viaggio  nel bene e nel male .
Trovarsi in una coda di solito fa scattare la ricerca del miglior canale di scorrimento che è a volte laterale oppure centrale o un po’ qui e un po’ là ma  c’è sempre un varco utilizzabile per giungere in prima fila per il verde; raggiungere questo obbiettivo ha grande importanza per i polmoni .
A volte capita di esagerare nelle evoluzioni e si incontrano zig-zaghisti esagerati con una enorme fiducia che dando per scontate le distanze tra le auto si insinuano in spazi a rischio mettendo a dura prova le coronarie altrui.
Chi è in automobile spesso non si spiega tali atteggiamenti ma per quanto mi riguarda devo ammettere che non trovarsi primi al verde o seguire le code in scooter è altamente tossico .
Nei giorni di pioggia poi aumenta il traffico e diminuiscono visibilità (parabrezza bagnato o infangato ) ed aderenza delle ruote.
Mi capita frequentemente di trovare una dueruote a terra o accartocciata e il pensiero si sposta sui rischi che sto correndo ma poi penso ai tempi di spostamento, al problema del parcheggio, alle ridotte emissioni inquinanti e mi convinco ad andare avanti.
La riflessione che ogni mattina alle 07,15 con le prime luci del giorno si presenta puntuale mentre raggiungo il laboratorio riguarda il nostro pianeta .
Quanto ancora potrà resistere alle nostre aggressioni  ?
Manca molto al punto di non ritorno  ?
Spesso devo viaggiare in apnea e sono le 07,15 , allora  mi chiedo : fino a sera quanti gas di scarico  ed inquinanti vari avremo  immesso nel circolo vitale del nostro pianeta  ?
Vi saluto con un quesito .
siamo tutti irresponsabilmente colpevoli oppure colpevolmente irresponsabili ?

LAMPI – Una società senza modelli muore


Carissime amiche e carissimi amici,
l’essere umano ha sempre avuto bisogno di modelli da imitare, anzi si può dire che le culture storiche si formino proprio attraverso l’imitazione di specifici modelli di umanità.

L’antropologia ci insegna che gli uomini sono dominati da intensissimi desideri, che però spesso non hanno alcun oggetto predefinito. René Girard precisa: Una volta che i loro bisogni naturali sono soddisfatti, gli uomini desiderano intensamente ma senza sapere con esattezza che cosa, dato che nessun istinto li guida.
Da qui la necessità dell’imitazione.
Il bambino impara molto presto a desiderare ciò che gli adulti considerano importante, e ad imitarne il desiderio.
Il desiderio mimetico crea così i linguaggi e le culture.


Uno dei segni dell’esaurimento della nostra cultura occidentale è proprio che non possediamo più modelli di umanità da imitare, per cui i desideri dei nostri bambini non vengono più indirizzati verso l’imitazione di una qualche grandezza umana, e possono perciò scatenarsi tra gli oggetti del supermercato tecnologico ed il caleidoscopio accecante delle più varie, e spesso oscene e folli, immagini virtuali.
Se poi un gruppo di dodicenni violenta una coetanea tutti sembrano scandalizzarsi, quando non facciamo altro che educare i nostri bambini a credere che non ci sia più nessuno che valga la pena di imitare, se non forse qualche calciatore o ragazzina sculettante sul video, condannandoli così letteralmente a uscire dalla civiltà umana, e a divenire dei miseri, insaziabili e infelici, consumatori in-civili appunto.

In realtà noi umani abbiamo un bisogno straziante di imitare modelli che ci aiutino a diventare noi stessi. Chi, come i corifei delle culture postmoderne, pretende di non imitare nessuno, e di farsi tutto da sé, finisce irrimediabilmente per imitare il peggio dell’umano, quella galleria di mostriciattoli più o meno ributtanti che le televisioni continuano a propinarci giorno e notte, e di cui i giallognoli e acidi Simpson sono forse la rappresentazione più nobile e luminosa
Così il postmoderno newyorkese o milanese finisce per farsi per davvero “tutto da sé”, self made man appunto, ma per farsi “tutto di merda”, come cantava amaramente Gaber una trentina d’anni fa.

Come possiamo allora ricostruire modelli umani credibili e affascinanti, dopo tutte le dissoluzioni, le contestazioni antiretoriche, e le perdite di ogni tipo di aura, proprie della modernità e del nichilismo?
Chi potrà essere l’Uomo Vero e la Vera Donna da imitare, mentre questo teatro di marionette, questo mondo di figurine d’altri tempi, già scadute e andate a male, precipita nel suo caos liquido, e cioè nel suo liquame fognario?
E’ come chiederci: quale cultura umana  saremo in grado di costruire sulla terra a partire dal XXI secolo, in questo terribile e affascinante spartiacque eonico?

Io credo che il nuovo modello umano da imitare, e quindi da diventare, si stia già formando in noi, e nasca da una sintesi inedita tra i caratteri più autentici della santità della tradizione cristiana e quelli più nobili propri dell’uomo moderno.

Il modello umano che si sta formando in noi è cioè un modello di nuova integrazione, di armonizzazione tra caratteri apparentemente opposti, quali la più ampia autonomia soggettiva e la più stretta inter-relazione non solo umana ma addirittura cosmica, la passività dell’ascolto e la creatività imprenditoriale, la libertà e l’obbedienza.

Questa nuova figura di umanità, per  limitarci ad un solo esempio, è perfettamente consapevole che lo scopo della vita è la libertà, la sempre più libera espressione del proprio essere, e che l’obbedienza è solo una virtù condizionata, utile cioè solo se finalizzata all’ampliamento delle sfere della nostra liberazione. Ma sa anche che una libertà intesa come sequela caotica dei propri capricci momentanei, e cioè svincolata dall’ob-audienza di ciò che di più profondo è in noi, non conduce affatto alla nostra realizzazione umana, ma all’abbrutimento e alla schiavitù.

Nel 2002 la Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori (CISM) tenne a Collevalenza un convegno proprio sul possibile rilancio del concetto di santità, e mi chiese di svolgere un intervento introduttivo, una sorta di provocazione, che svolsi in 3 tesi, in cui appunto tentavo di coniugare il modello tradizionale di santità cristiana con i concetti moderni di autenticità e di auto-realizzazione.

Le 3 tesi/provocazioni erano queste:

1)    il santo è la persona più libera e più creativa che ci sia al mondo: la persona che realizza la propria sovranità rispetto ad ogni potere politico o religioso;
2)    il santo celebra e trans-figura tutta la vita terrena senza condannare alcun aspetto vitale;
3)    diventiamo santi guarendo da tutte le distorsioni e le dipendenze interiori, anche da quelle religiose: la santità è salute e salvezza sperimentate e condivise.

Potranno questo Uomo e questa Donna maggiormente integri divenire i nuovi modelli di umanità da imitare, e cioè i paradigmi di una nuova cultura planetaria?
Potrà l’integrità che è pienezza umana, salute, creatività, pace, potenza, in base alla catena etimologica che dal greco solfos/olon, attraverso il latino salus, arriva fino a sano, salvo, integro appunto, health, holy, heilige, wohl, etc. divenire il carattere principale del nuovo modello di umanità nascente?

Io credo di sì, io credo che questa umanità più integra e quindi più felice si stia già formando in noi, e che saprà conciliare e sintetizzare in forme nuove e inedite i grandi tesori della tradizione spirituale ebraico-cristiana, le grandi acquisizioni, anch’esse sostanzialmente evangeliche, della modernità, insieme agli straordinari insegnamenti che ci vengono da tutte le altre tradizioni culturali e spirituali della terra.

E non sarà questa una forma nuova e più radicale di imitazione dell’Uomo pienamente realizzato nella sua natura divina, e cioè di Imitatio Christi?

Vi va di giocare con me?

 

di Giuliana Martina


Allora l’uomo è veramente uomo,

quando, giocando, si diverte con le cose.

SCHILLER

Ho la fortuna di lavorare con i bambini e, alcuni anni fa, nelle classi in cui insegno, ho giocato con loro a disegnare il volto.


 

 

Ci siamo divertiti a guardarci, a comunicarci le nostre caratteristiche, a cercare il materiale che sentivamo più adatto per connotarci e, con esso, a disegnare le nostre facce.

Ne è uscito un video intitolato INTERFACCE montato da due operatori di AVISCO – BRESCIA (www.avisco.org).

FACCE fresche e sorridenti di bambini.

FACCE che si guardano, si riconoscono, si compongono e scompongono.

FACCE interattive, intermittenti, interessanti, intere, interrogative, interminabili.

Nel libro “Darsi pace” Marco scrive che la ricerca spirituale autentica possiede molti caratteri simili alla ricerca artistica, è cioè un gioco fatto molto seriamente, come sanno giocare i bambini. (pag 25)

Da quando frequento i corsi di liberazione interiore, mi viene da associare il gioco fatto con gli alunni al lavoro che compiamo nel cammino di trasformazione.

Riconoscere le nostre emozioni, i pensieri distorti, le maschere che ci siamo costruite; accordare mente, cuore, parola e azione liquidando le nostre falsificazioni; integrarci in unità sempre più coesa fa emergere il nostro vero VOLTO e ci dona gioia e senso di liberazione.

Mi è venuta così l’ idea di proporvi lo stesso gioco per giocarlo insieme proprio come sanno giocare i bambini.

Che ne dite?

Io comincio così:

mi piacciono i fiori e, da quando frequento la montagna, mi piacciono in modo particolare i fiori di roccia; li trovo belli per l’intensità dei loro colori e perchè riescono a vivere in poca terra e a quote elevate. Con questi fiori disegno il mio volto:

  • per gli occhi due raponzoli di roccia, i miei preferiti
  • per il naso una campanula morettiana
  • per la bocca l’alternanza della linaria con il cerastio alpino
  • per i capelli l’androsace dei ghiacciai
  • per le orecchie il papavero alpino

Vi va di giocare con me?