Archivi per settembre 2009

Fabio: la storia di un ragazzo

Categoria: Testimonianze

Dalla fine all’inizio

Con questo post inizieremo ad offrirvi nuovi e più ampi materiali audio e video di varia lunghezza.

Si tratterà di trasmissioni radiofoniche e di conferenze, come di parti di seminari intensivi o delle nostre sedute e meditazioni di gruppo.

Iniziamo con una serie di 8 trasmissioni che ho condotto, a partire da sabato 7 febbraio 2009, alle ore 10.50, per Radio Tre.

Il tema generale era:

Dalla fine all’inizio

Percorsi per ricominciare

Il programma, che si intitola Percorsi, ed è a cura di Elisabetta Parisi, affronta otto scenari fondamentali della vita contemporanea osservando appunto ciò che si sta consumando in essi e cosa stenta ad emergere come nuova configurazione.

Questo ciclo può considerarsi un’ottima introduzione al senso del nostro lavoro nei Gruppi Darsipace, in quanto ci mostra come solo un intenso processo di trasformazione interiore possa ormai alimentare e orientare quei mutamenti storici, politici, e culturali, che tutti avvertiamo come ineluttabili.

Il calendario delle trasmissioni è stato il seguente:

7 feb
La mancanza di senso e il bisogno di un nuovo orientamento
8 feb
La fine e la rigenerazione della famiglia
14 feb
Il tempo che ci manca
15 feb
Fine della guerra, inizio della pace?
21 feb
L’emergenza educativa
22 feb
Città, megalopoli, e nuove relazioni
28 feb
La crisi del principio di autorità
1 marzo
Nuovi itinerari di vita interiore

Dalla fine all’inizio

Tempesta

Con questo post inizieremo ad offrirvi nuovi e più ampi materiali audio e video di varia lunghezza.

Si tratterà di trasmissioni radiofoniche e di conferenze, come di parti di seminari intensivi o delle nostre sedute e meditazioni di gruppo.

Iniziamo con una serie di 8 trasmissioni che ho condotto, a partire da sabato 7 febbraio 2009, alle ore 10.50, per Radio Tre.


Il tema generale era:

Dalla fine all’inizio

Percorsi per ricominciare

Il programma, che si intitola Percorsi, ed è a cura di Elisabetta Parisi, affronta otto scenari fondamentali della vita contemporanea osservando appunto ciò che si sta consumando in essi e cosa stenta ad emergere come nuova configurazione.

Questo ciclo può considerarsi un’ottima introduzione al senso del nostro lavoro nei Gruppi Darsipace, in quanto ci mostra come solo un intenso processo di trasformazione interiore possa ormai alimentare e orientare quei mutamenti storici, politici, e culturali, che tutti avvertiamo come ineluttabili.

Il calendario delle trasmissioni è stato il seguente:


7 feb. La mancanza di senso e il bisogno di un nuovo orientamento Ascolta Scarica
8 feb. La fine e la rigenerazione della famiglia Ascolta Scarica
14 feb. Il tempo che ci manca Ascolta Scarica
15 feb. Fine della guerra, inizio della pace? Ascolta Scarica
21 feb. L’emergenza educativa Ascolta Scarica
22 feb. Città, megalopoli, e nuove relazioni Ascolta Scarica
28 feb. La crisi del principio di autorità Ascolta Scarica
1 mar. Nuovi itinerari di vita interiore Ascolta Scarica

Darsi pace – Presentazione dei Gruppi 2009/2010

Sabato 10 ottobre alle ore 17.30
Roma – Piazza della Minerva 42
Verranno presentati i Gruppi di liberazione interiore che Marco Guzzi terrà nel prossimo anno.
Alla conferenza

AMARE ALLA FINE DI UN MONDO
Il desiderio e la paura della coniugazione dei sessi

seguiranno alcune testimonianze di persone che frequentano i nostri Gruppi.


 

 

In questa straordinaria fase storica di crolli e di ricominciamenti

abbiamo tutti bisogno di rinnovare in profondità le nostre esistenze

e di ritrovare slancio, entusiasmo, creatività, e quindi felicità.

 

I Gruppi Darsipace nascono nel 1999 per contribuire a corrispondere a questa esigenza

di rinnovamento interiore, ma anche storico-culturale.

 

Il cuore della nostra ricerca consiste nell’integrare tre livelli formativi

ordinariamente separati tra di loro:

il livello culturale e mentale,

quello psicologico e affettivo,

e quello più propriamente spirituale,

nell’orizzonte di una riconiugazione tra fede cristiana e modernità.

 

Gli strumenti utilizzati nella nostra sperimentazione sono perciò molteplici:

riflessione teorica, lettura meditativa e contemplativa della Parola di Dio,

testi poetici, esercizi psicologici di autoanalisi, meditazioni guidate, condivisioni;

tentando di mantenere tutto nella più piena, cordiale, responsabile, e incarnata comunicazione umana. Senza specialismi di sorta cioè, ma anche senza vaghezze spiritualistiche.

 

I Gruppi si incontrano circa 15 volte (per 3 ore) lungo l’anno.

La sede è l’Università Salesiana di Roma

(Facoltà di Scienze dell’Educazione)

P.zza dell’Ateneo Salesiano n. 1

Quest’anno avremo un  Gruppo di 2a annualità e quello di Approfondimento.

Avvieremo anche un  Gruppo di 1° annualità, aperto alle nuove persone.

L’appuntamento per quest’ultimo Gruppo è

Mercoledì 21 ottobre alle ore 17.45.

 

Quando la disciplina è una cosa seria: l’invidia dei cattolici per il ramadan.

musulmani in prostrati nella preghiera 

Sette musulmani europei su dieci sostengono di digiunare durante il mese del Ramadan, il 60 per cento in più rispetto a 10 anni fa, mentre tra i cattolici è un problema rinunciare alla fettina persino nel giorno del Venerdì Santo. Ogni cento musulmani 32 si dichiarano credenti, ogni cento cattolici appena 16. Ma il dato più singolare, perché segna la tendenza dei prossimi anni, è quello sull’età: mentre nelle chiese crolla la presenza dei giovani, i più attivi nelle moschee sono proprio i fedeli che hanno tra i 15 e i 34 anni.


 Il quadro emerge da una recente indagine dell’Ipsos, che dal 1989  al 2009 ha studiato le abitudini e i comportamenti nell’Islam europeo, di fatto ormai la seconda fede del Vecchio Continente. Cifre che fanno riflettere. E che pongono molte domande. Soprattutto a chi islamico non è. E che magari, come tanti islamici, vive il bisogno forte di un rapporto intimo e profondo con Dio.

Certo, la tara va fatta: il fervore religioso nell’islam europeo riflette un bisogno di identità, soprattutto per tanti extracomunitari ancora in cerca di una vera integrazione. Pregare insieme, digiunare insieme è una prova di forza, una sfida al mondo moderno vissuto come forte nel senso di ostilità ma debole nelle certezze, un modo per contarsi e rinsaldare i legami di protezione reciproca. E sul versante opposto, come sottolinea un recente intervento dello scrittore Pascal Bruckner, sul Domenicale del Sole 24 ore, “per molti cattolici il Ramadan è una delle molte manifestazioni di arretratezza, una sofferenza inutile che milioni di uomini e donne si auto-infliggono per segnare la propria differenza”. Per non parlare del sospetto che spesso l’Islam suscita in chi ha a cuore le conquiste consolidate delle democrazie laiche europee, dai diritti della donna alla libertà di espressione.

Tutto vero. Eppure. Eppure oltre a cercare ragioni sociologiche e a diffidare, un cattolico o un protestante non possono fare a meno di guardare con stupore allo coerenza con cui i musulmani osservano le pratiche della loro religione, sia quelle legate al cibo nei giorni prescritti sia quelle previste per le preghiere quotidiane e per gli obblighi in genere del Corano. Una disciplina che non trova neppure un pallido riscontro tra le file dei battezzati. E domandarsi: perché persino tra quei pochi che hanno scelto di vivere la fede cattolica con impegno è così difficile trovare la costanza quotidiana della fede che nel mondo islamico erompe anche tra persone molto semplici e prive di particolare vocazione mistica? Perché persino tra chi cerca un rapporto più complesso con la spiritualità (come i gruppi di Darsi Pace in cui si sperimentano pratiche meditative e autoconoscitive da esercitare con continuità) è così difficile trovare un quarto d’ora al mattino per mettersi in silenzio e meditare?

 Audalla Conget, ex monaco cistercense convertito all’Islam e ora segretario della Giunta islamica di Spagna, nel 2006 scrisse una lettera a Benedetto XVI in risposta al celebre discorso di Ratisbona sulla violenza congenita dell’Islam: “Critichi la nostra fede per dissimulare la tua profonda ammirazione per la nostra intensa e perseverante adorazione. Una fede incrollabile che ti spinge a chiederti, senza portare risposte convincenti, perché siano così pochi i musulmani che si convertono al cattolicesimo. E perché tanti di coloro che sono stati attivamente cristiani in seno alla Chiesa riconoscono nell’Islam il nostro vero posto nel cosmo. In verità , è molto doloroso vedere, quando si è cristiani, le moschee riempite ogni venerdì di uomini e donne di ogni età, la fronte spinta al suolo nel più sincero atteggiamento di accettazione della volontà di Dio. Il fatto che si tratti soprattutto di uomini in maggioranza giovani è qualcosa che richiede attenzione. Vedere le chiese vuote, a eccezione di poche donne anziane disseminate fra i banchi, ha qualcosa di molto doloroso”.

Già, non è che dietro la nostra comprensibile e ragionevole diffidenza verso i precetti del Corano, sotto sotto, noi credenti impigriti nutriamo un po’ di invidia per i fratelli islamici? Perché ci pesa così tanto dedicare alla meditazione almeno una piccola parte di quel tempo che ci viene naturale passare su Internet, al telefono o davanti al televisore?

M.C. 

Testimonianza di Betta: affidandosi ad un nuovo inizio

Testimonianza di Betta: affidandosi ad un nuovo inizio


 

Parlare con Dio – la preghiera

 
 
Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta. 
(1 Sam 3,9) 

L’essenziale è solo che ogni giorno si trovi un angolo tranquillo in cui avere un contatto con Dio.
Come se non ci fosse nient’altro al mondo! 
(Edith Stein)

Ma cosa amo, o Dio, quando amo te?
(Sant’Agostino)


 

 Scegliere di stare con il Signore.
Scegliere di trovare degli spazi, dei momenti, delle occasioni per stare davanti a Lui, così, semplicemente, e lasciare che Lui ci inondi della  sua luce e della sua pace.
E’ un’esperienza semplice, che può lasciar perplessi, forse perché siamo abituati ad avere davanti a noi un interlocutore concreto, “visibile”, e se non c’è, ci sembra di stare davanti al vuoto, all’aria, al vento….. E poi pensiamo che la vita è piena di cose più importanti che stare li a far niente…
Non ci accorgiamo che forse, in realtà, non c’è niente di più importante di quel momento in cui non facciamo niente se non stare con il Signore. Come faceva Maria, che stava ad ascoltarlo.
Perché quel momento forse è quell’inizio che ci permette di fare poi bene il resto.
Non dobbiamo temere che la preghiera ci porti ad isolarci, perché gli altri sono sempre presenti, attraverso noi; li portiamo sempre con noi.
La preghiera è un grande mistero, ed è anche un grande dono: a tutti è data la possibilità di dialogare con il Signore. In fondo tutto il creato, tutte le creature, sono avvolte, partecipano a questo silenzioso dialogo.
Noi esseri umani, nel tentativo di “contenere” la vastità della vita, siamo giunti a dare un nome a tutto,  anche alla morte, all’amore, a Dio, come a qualcosa di tangibile, conoscibile; anche l’eternità.
In realtà della vita, del tempo, della morte,  della “fonte” di tutto non sappiamo niente, proprio niente, tranne le notizie che ci ha dato Gesù, e poi nel corso della storia dell’umanità  coloro che hanno cercato di esplorare il mistero della vita.
Ogni tanto, davanti alla realtà del mondo, davanti ai dubbi, alle fatiche del vivere,  sentiamo il bisogno, la necessità di sapere, di capire più in profondità qualcosa del mistero della vita, perché ci accorgiamo che alla fin fine le risposte che ci diamo sul male, sulla morte, sulla sofferenza, sull’ingiustizia non arrivano all’essenza, si fermano prima, girano intorno senza toccare mai il centro.
E ci siamo anche accorti che forse è proprio la lontananza dalla fonte, il dialogo  che abbiamo interrotto con il Mistero, la causa di come va il mondo. Ciò che facciamo, le nostre azioni, le nostre scelte, non nascono da un fondo di pace e di luce, ma spesso dalla confusione che portiamo dentro di noi. Ce ne accorgiamo dai risultati: le nostre azioni non contribuiscono al bene, alla pace, ma spesso aumentano la confusione già presente.
Restare agganciati alla sorgente, attraverso la preghiera, ci permette di orientare meglio le nostre scelte, le nostre azioni.
L’abitudine a pregare mette ordine nella nostra vita, regola la nostra giornata, le dà un valore che diversamente non riusciamo ad intravedere.
La preghiera ci rende ogni giorno consapevoli del profondo legame che c’è tra noi e il Padre. Un legame che è da sempre, mai si è interrotto.  Scopriamo con gioia di non essere soli al mondo, ma costantemente nelle braccia di Dio. 
Se decidiamo di fermarci, di vivere questa relazione con il Padre, la consapevolezza di questo dono straordinario che ci è stato fatto, ci consolerà lungo il cammino della vita.
Si, è difficile  a volte sentire la sua presenza. Forse anche perché ce l’aspettiamo attraverso modi e tempi che sono più nostri che suoi. Noi aspettiamo una sua risposta per lo più con la mente, con la testa, come quando normalmente qualcuno ci parla; ma forse lui ci sta parlando ad un livello più profondo, forse ogni volta che avvertiamo dentro di noi qualcosa di inspiegabile, quando sentiamo dentro di noi gioia, voglia di ridere, o di piangere….   
M’illudo, non so: a volte, oh, raramente!, sento invisibili mani passare sulla fronte e liberarmi dolcemente da tristi pensieri: allora non sono solo a sopportare la lunga notte?”   (Padre Turoldo).
La fatica sta anche nel trovare uno spazio per lui, per restare in ascolto, anche del suo silenzio. 
Il silenzio che attraversa i momenti in cui decidiamo di stare davanti al Signore, è uno spazio che all’inizio può lasciarci dubbiosi, ma che piano piano ci diventa familiare, pacificante, carico di tenerezza, qualcosa che poi aspettiamo con gioia, come un appuntamento speciale. 
Rientra dentro di te. Chiudi gli occhi, lascia gli attrezzi, i desideri e le preoccupazioni. Assapora il silenzio, ricomponi l’unità. Allora forse ritroverai Dio in fondo a te stesso” ( Lanza del Vasto). 
Vorremmo avere subito la possibilità di metterci in contatto con lui. E invece lui, forse, ci propone la pazienza, di restare semplicemente in ascolto, con le lampade accese, come le dieci vergini. Non siamo noi che decidiamo quando è il momento, quando lui verrà. In fondo, nella preghiera, sperimentiamo la nostra impotenza.
Però ricominceremo a gustare il piacere dell’attesa, come quando aspettiamo un caro amico che, siamo certi, arriverà da un momento all’altro.
Che abbiamo, in fondo, di più urgente da fare? Se cerchiamo di rispondere onestamente a questa domanda, forse resteremo stupiti delle poche cose “importanti” che dobbiamo fare…
Che il nostro sia un vivere davanti a te ogni giorno”, c’era nella  professione di fede della prima domenica di Avvento. Si, forse è la cosa più importante. 
Etty Hillesum scriveva così in quel periodo storico così difficile e inquietante in cui viveva: 
Dio mio caro, viviamo in tempi angosciosi. Questa sera per la prima volta mi trovo sdraiata al buio con gli occhi che mi bruciano perché, una dopo l’altra, mi sono passate davanti le scene della sofferenza umana. 
Voglio prometterti una cosa, o Dio; è proprio una cosa piccolissima: non caricherò mai il mio oggi con le preoccupazioni per il mio domani, sebbene ciò richieda un certo allenamento. A ogni giorno basta la sua pena. Ciò che realmente conta, o Dio, è soltanto che noi difendiamo quella piccola parte di Te, che è in noi. 
Ahimè, non sembra che Tu possa fare molto per la nostra situazione, per la nostra vita. Né io ritengo Te responsabile…ma noi dobbiamo…difendere fino all’ultimo la Tua dimora dentro di noi. 

Vi sono alcuni, è vero, che anche in questo momento si preoccupano di mettere in salvo i loro aspirapolvere e le posate d’argento invece di salvaguardare Te, caro Dio. E ci sono quelli che vogliono mettere in salvo i loro corpi, ma ormai sono ridotti a null’altro che a un luogo dove si rifugiano mille paure e sentimenti amari. E dicono. “ Non permetterò loro di prendermi nelle loro grinfie!” Ma dimenticano che nessuno di quelli che sono nelle Tue braccia è nelle loro grinfie. 

Comincio a sentirmi un po’ più in pace, o Dio, dopo questa conversazione con Te….Cercherò di fare in modo che Tu ti senta sempre a casa,  anche se dovessi essere rinchiusa in un’angusta cella…Non posso prometterti niente per domani, ma Tu vedi che le mie intenzioni sono buone. E ora mi arrischierò a vivere questa giornata. Incontrerò moltissime persone e sarò nuovamente assalita da cattivi presagi e da minacce, simili a un esercito nemico che cinge d’ass
edio una fortezza inviolabile….
”   (diario 1941-1943)
Possiamo fare a meno di Lui? Nella preghiera in fondo confessiamo che non possiamo fare a meno di Lui, anche se a volte è così lontano, se la nebbia lo avvolge, se ci sembra che forse ciò che cerchiamo, Colui al quale ci rivolgiamo, forse non ci ascolta…
Ma nonostante tutti i nostri dubbi, noi siamo sempre in relazione con Lui. Anche se non ce ne accorgiamo. Come un bambino che è sempre avvolto dallo sguardo tenero della madre. In fondo pregare è sentirsi in ogni momento della giornata e della notte sotto lo sguardo amorevole e dolce di Dio, come un bambino che si sente sempre, qualunque cosa faccia, sotto lo sguardo protettivo della mamma. 
Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l’anima mia”  (Sal 131,2) 
Molti uomini e donne nella storia del mondo lo hanno cercato; molti lo hanno trovato. 
Dentro il caos della vita forse abbiamo dimenticato questa grande verità, che possiamo dialogare con Lui.  
Teresa d’Avila, scriveva: “E’ una grande misericordia da parte sua (di Dio…) l’aver comunicato queste cose  a persone da cui possiamo venire a conoscerle perché, quanto più sapremo di lui, tanto più lo loderemo. Tutti noi abbiamo un’anima, ma poiché non l’apprezziamo come merita di essere apprezzata, non riusciamo a penetrare i grandi segreti che racchiude in essa”. 
(da “Il castello interiore”).
Decidiamo di fermarci, di invitare ad un momento insieme l’unica “Presenza” che nel profondo di noi stessi percepiamo come colei che “ci aspetta”, e sempre ci aspetterà con gioia e tenerezza. L’unica presenza capace di farci ritrovare la bellezza, l’entusiasmo e il coraggio della vita. Perché… ” Egli è la nostra pace” (Ef 2,14)
State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie”.(1Ts 5, 16-18)
 
Roberto Capelli

Marco Guzzi: Così impariamo a darci pace

 

Marco Guzzi: Così nei gruppi impariamo a darci pace



 

 

La scienza apre a dimensioni mistiche?

 

 

« E’ impossibile conoscere la realtà per la stessa ragione per cui è impossibile cantare le patate; esse possono essere coltivate, estirpate o mangiate, ma non cantate. La realtà deve essere ‘stata’…..Il punto in discussione è come passare  dal ‘conoscere’ fenomeni a ‘essere’ ciò che è reale». (Bion)

«Dovremmo sempre essere aperti alla possibilità che ci sia un qualche stato di coscienza ‘superiore’ del quale tutti gli altri stati di coscienza possono essere considerati sottosistemi pienamente comprensibili: forse questo è ciò che illuminazione significa in qualche ultimo senso» (Tart)

Molti gli interrogativi suscitati dal post Miracoli e dogmi di fede? Ce li spiegherà la scienza.


Innanzitutto, quale scienza, o meglio quale scienziato sarà in grado di spiegarli?

E ancora: All’interno di quale stato di coscienza ciò potrà avvenire?  Quale dovrà essere l’atteggiamento dello scienziato?

Il paradigma positivista, imperante in ambito scientifico, che nel secolo scorso aveva coltivato l’ambizione di arrivare a definire una visione scientifica del mondo, quasi un’ironia della sorte, fu messo in crisi proprio dalle scoperte della scienza: il senso di sicurezza circa la possibilità della scienza di conoscere il reale venne meno e da una conoscenza certa si passò ad una conoscenza di tipo probabilistica.

Il concetto di campo mise in crisi il concetto di cose ed eventi separati, ogni cosa esiste in un campo  all’interno del quale si definisce.

Il principio di indeterminazione, evidenziando il fatto che l’osservazione di un sistema fisico  esercita un’influenza sul comportamento futuro dello stesso sistema fisico, mise in  crisi lo schema fondamentale di ogni ricerca scientifica sperimentale e sollevò una discussione, tutt’ora aperta, sui fondamenti e la possibilità stessa della conoscenza della natura.

La teoria della relatività mise in discussione l’indipendenza reciproca dello spazio e del tempo  abbattendo così  l’idea di uno spazio e di un tempo assoluti.

La scoperta dei quanti, descrivendo il moto come una serie di balzi scissi che gli elettroni compiono in modo casuale e spontaneo, portò una profonda modificazione nel modo di considerare come le cose si mettono in relazione.

Sostenendo che la materia,  a livello sub-atomico, non esiste con certezza in luoghi definiti e gli eventi non accadono con certezza in tempi definiti, che la realtà presenta un ineliminabile dualismo al suo fondo (onda e particela sono ciascuna un modo nel quale la materia può manifestarsi ed entrambe costituiscono ciò che la materia ‘è’), la fisica moderna sembra colmare il divario tra scienza e fede ed aprire ad una visione della realtà che assume sfumature mistiche.

Fu Einstein a dimostrare per primo che le equazioni quantistiche preannunciavano la necessità della istantanea non-località. Egli riteneva impossibile ciò perché, secondo la teoria della relatività, nessuna causa (o segnale) può viaggiare da un punto della realtà e toccarne un altro ad una velocità superiore a quella della luce.

Ma esperimenti di correlazione con fotoni (particelle di luce), effettuati negli anni ’70 e ripetuti più volte in seguito, sembrano provare il contrario: i fotoni si mostrano così misteriosamente legati attraverso ogni separazione spaziale, sia di pochi centimetri come dell’intera distanza dell’universo, che pare non esservi spazio tra essi. La stessa misteriosa correlazione si attua attraverso il tempo.

 «Di fatto,  –dice  Zohar, ricercatrice inglese– i fotoni riescono ad estendersi attraverso il tempo in una danza sincrona che sfida ogni immaginazione vincolata al senso comune. (…). La misura in cui esistono effetti correlati non-locali tra corpi o eventi apparentemente separati dipende dallo stato in cui un sistema si trova: in stato di ‘particella’ o di ‘onda’. Le particelle si comportano più come individui separati e sono meno correlate; le onde mostrano un comportamento più simile a quello di un gruppo correlato».  

Il comportamento sincrono -che sta alla base di ogni relazione della meccanica quantistica- potrebbe forse costituire il fondamento scientifico di quei fenomeni di ‘sincronicità‘ di cui parla Jung, fenomeni di ‘coincidenza significativa’ tra avvenimenti psichici e avvenimenti fisici che si producono quando vengono mobilitati gli strati più profondi della psiche?

 

Le scoperte della fisica pongono affascinanti interrogativi e richiedono un cambiamento ‘catastrofico’ nell’atteggiamento conoscitivo: un coinvolgimento del soggetto, un suo ‘mettersi all’unisono’ con la realtà.

Bion, psicoanalista inglese del secolo scorso, ritiene che solo adottando un ‘vertice mistico’, considerando l’esistenza come originaria, inscindibile unità di soggetto ed oggetto, è possibile arrivare a conoscere la realtà.  

Trattasi di una  ‘conoscenza divenuta’ cui è possibile accedere solo con ‘atti di fede: la Realtà Ultima, l’inconoscibile (che Bi
on indica con il simbolo O) resta infatti inaccessibile alle funzioni logico-razionali della mente (K) e si rivela solo attraverso la Fede (F).

La Fede è per Bion l’unico vertice/contenitore che consente di dilatarsi all’infinito, l’unico che consente, nel cammino della conoscenza, di affrontare la ‘catastrofe’ del cambiamento e passare dal piano del ‘conoscere i fenomeni’ ad ‘essere i fenomeni’, a ‘divenire’ ciò che è reale.

Questa evoluzione del pensiero (evoluzione in O) viene presentata da Bion come un ‘cambiamento catastrofico’, che suscita terrori di morte.

Solo con F in O è possibile affrontare i terrori che l’evoluzione in O comporta. La conoscenza che si realizza in questo stato di coscienza -alterato rispetto a quello razionale ordinario- è possibile descriverla solo attraverso il linguaggio dell’arte e della poesia.  

Lo scienziato, come l’uomo comune,  per accedere alla Verità deve quindi affrontare un ‘cambiamento catastrofico’ e le turbolenze emotive che lo accompagnano. Deve sviluppare un atteggiamento  simile a quello di un mistico: astensione dalla memoria, dal desiderio, dalla comprensione; consapevolezza dell’«inevitabilità del pensiero» e della «non importanza dell’individuo che lo alberga»; consapevolezza che si albergano dei pensieri ma non si è quei pensieri; che «dopo aver espresso una verità, il pensatore è di troppo».

Se il pensatore (scienziato o persona comune) si ritiene essenziale al pensiero espresso (stato ego-centrato) entra in conflitto con altri pensatori che si sentono essi stessi essenziali al pensiero; il bisogno di affermare il proprio contributo al pensiero come unico ed essenziale determina un clima intossicato da  invidia, gelosia, possessività, sentimenti che contribuiscono a creare una cultura che si allontana sempre più dalla verità e si sviluppa dalla bugia.

Bion postula il sorgere di una «scienza dell’essere all’unisono» per conoscere la realtà,  una scienza che utilizzi la fede (che noi identifichiamo con lo stato dell’io in relazione) per mettersi all’unisono con la Realtà Ultima (O), una scienza che sappia farsi guidare dalle intuizioni e far ricorso al «germe della fantasia» .  

La conoscenza ‘divenuta’ di O viene poi manifestata attraverso le funzioni logico-razionali della mente (K). Le funzioni di K possono quindi favorire uno sviluppo della conoscenza solo se subordinate alle verità intuite tramite “atti di fede”.

Evitare la memoria e il desiderio -sostiene Bion- aumenta la capacità di esercitare “atti di fede”, capacità essenziale al procedere scientifico: l’atteggiamento di fede infatti, anziché attenuarla, aumenta la precisione nella percezione dell’esperienza e sviluppa una sensibilità capace di apprezzare  anche quanto rimane fuori dal campo della nostra coscienza.