Archivi per novembre 2009

Grido il Vangelo con la mia sola vita. Ricordo di Annalena Tonelli

Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama.Io impazzisco per i brandelli di umanità ferita, più son feriti, maltrattati, più di nessun conto agli occhi del mondo, più io li amo. Questo non è un merito, è un’ esigenza della mia natura.

 


Annalena Tonelli, missionaria laica uccisa il 5 ottobre del 2003 in Somalia, è una dei testimoni più significativi del nostro tempo. Nel video alcuni momenti di un evento tenutosi a Forlì pochi mesi prima della sua morte. Di seguito stralci della testimonianza resa in Vaticano ad un convegno sul volontariato nel dicembre 2001.

 

Scelsi di essere per gli altri, i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati che ero una bambina, e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Lui e i poveri in Lui. Per Lui feci una scelta di povertà radicale, anche se povera come un vero povero, i poveri di cui è piena ogni mia giornata, io non potrò essere mai.

Impegnata fin da giovane nell’assistenza ai diseredati nella sua città natale, Forlì, Annalena nel 1969 sceglie di lasciare tutto e di partire.

Lasciai l’Italia a gennaio del 1969. Da allora vivo a servizio dei Somali. Sono trent’anni di condivisione. Partii decisa a gridare il Vangelo con la vita sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Trentatre anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo assieme ad una passione invincibile da sempre per l’uomo ferito e diminuito senza averlo meritato al di là della razza, della cultura, e della fede.

Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama.

Luigi Pintor, un cosiddetto ateo, scrisse un giorno che non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi.

Così è per me. E’ nell’inginocchiarmi perché stringendomi il collo loro possano rialzarsi e riprendere il cammino o addirittura camminare dove mai avevano camminato che io trovo pace, carica fortissima, certezza che TUTTO è GRAZIA.

Annalena giunge a Wajir nel deserto a nord-est del Kenya, vicino al confine con la Somalia, come insegnante. Vede la gente morire di fame a causa di una terribile carestia: «esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede». Si adopera a favore dei profughi della Somalia e di una tribù di nomadi del deserto minacciata di genocidio.

Al tempo del massacro, fui arrestata e portata davanti alla corte marziale. Le autorità, tutti non Somali, tutti cristiani, mi dissero che mi avevano fatto due imboscate a cui ero provvidenzialmente sfuggita, ma che non sarei sfuggita una terza volta, poi uno di loro, un cristiano praticante, mi chiese che cosa mi spingeva ad agire così. Gli risposi che lo facevo per Gesù Cristo che chiede che noi diamo la vita per i nostri amici.

Per la sua opera a favore dei rifugiati e perseguitati viene deportata e quindi espulsa dal Kenia.

Nel 1984 il governo del Kenya tentò di commettere un genocidio a danno di una tribù di nomadi del deserto. Avrebbero dovuto sterminare cinquantamila persone. Ne uccisero mille.

Io riuscii a impedire che il massacro venisse portato avanti e a conclusione. Per questo un anno dopo fui deportata. Tacqui nel nome dei piccoli che avevo lasciato a casa e che sarebbero stati puniti se io avessi parlato. Parlarono invece i Somali con una voce e lottarono perché si facesse luce e verità sul genocidio.

La lotta porta il governo keniano ad ammettere pubblicamente, dopo 16 anni, le sue responsabilità.

E oggi molti dei Somali che avevano remore contro di me mi hanno accettato e sono diventati miei amici. Oggi sanno che ero pronta a dare la vita per loro, che ho rischiato la vita per loro.

Ora io ho esperimentato più volte nel corso della mia ormai lunga esistenza che non c’è male che non venga portato alla luce, non c’è verità che non venga svelata. L’importante è continuare a lottare come se la verità fosse già fatta e i soprusi non ci toccassero, e il male non trionfasse. Un giorno il bene risplenderà. A DIO chiediamo la forza di saper attendere, perché può trattarsi di lunga attesa anche fino a dopo la nostra morte. Io vivo nell’attesa di DIO e capisco che mi pesa meno che ad altri, l’attesa delle cose degli uomini.

Annalena si trasferisce in Somalia: è a Mogadiscio agli inizi del 1991, nei momenti più drammatici della caduta di Siad Barre. Dopo Mogadiscio si stabilisce a Merka ad occuparsi di tubercolotici.

Il mio primo amore furono i tubercolosi, la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata in quel mondo. Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto.

Subito cominciai a studiare, ad osservare, ero ogni giorno con loro, stavo accanto a loro quando si aggravavano e non avevano nessuno che si occupasse di loro, che li guardasse negli occhi, che infondesse loro forza. Dopo qualche anno, nella T.B. Manyatta (villaggio) ogni malato consapevole di essere alla fine, voleva solo me accanto per morire sentendosi amato.

Rimane a Merka finché diventa impossibile rimanere senza pagare una tangente o subire il ricatto di qualche gruppo armato. Decide di andarsene, torna in Italia per un anno “sabbatico” che trascorre in un eremo.

Nel 1996 è di nuovo in Somalia, a Boroma, al confine con l’Etiopia: crea un centro anti-tubercolare d’avanguardia e promuove molteplici iniziative collaterali (la scuola per sordomuti, la campagna contro le mutilazioni genitali femminili, un progetto di sensibilizzazione sul problema dell’Aids, assistenza ai malati mentali…).

Annalena si batte per combattere le malattie ma anche i pregiudizi e l’ignoranza che le accompagnano.

La tubercolosi è parte della gente, della sua storia, della sua lotta per l’esistenza. Eppure la tubercolosi è stigma e maledizione: segno di una punizione mandata da Dio per un peccato commesso, aperto o nascosto. A Borama continua la lotta ogni giorno per la liberazione dall’ignoranza, dallo stigma, dalla schiavitù ai pregiudizi. Ogni giorno discutiamo con loro di ciò che li tiene schiavi, infelici, nel buio. E loro si liberano, diventano felici, sono sempre più nella luce.

Nel centro T.B. abbiamo aperto scuole per gli ammalati e i loro amici: una scuola di Corano, una scuola di alfabetizzazione, una scuola di lingua Inglese. Gli ammalati arrivano a noi come esseri mortificati, sofferenti, impauriti, calpestati, infelici.Nella ‘scuola’ acquistano fiducia, non hanno più paura.

Prima non sapevano né leggere né scrivere, non sapevano quasi nulla della loro religione, ora sanno, la conoscono in traduzione, imparano a capire e ad apprezzare i valori universali del bene, della verità, della pace, dell’abbandono in DIO: “Allah ha dato, Allah ha tolto, sia benedetto il nome di Allah”, imparano ad affrontare la sofferenza fisica e la morte, a non temerle, non rifiutarle, ad accettarle: ALLAH c’è! ALLAH sa, conosce, guida.

La scuola per bambini sordi è l’inizio di un’esperienza entusiasmante: una scuola aperta a tutti in cui le diverse provenienze e capacità sono risorse.

Ma veniamo alla scuola dei bambini sordi.Nessuno qui lo credeva possibile. Oggi tutti sanno che non c’è nulla che un bambino sordo non possa fare eccetto che udire.

Nel frattempo, i primi bambini tbc guariti e dimessi volevano continuare ad imparare ma molti di loro non avevano il danaro per pagare le tasse scolastiche. E fu così che decidemmo di accoglierli in classe assieme ai bambini handicappati….

Da due anni abbiamo accolto trenta bambini appartenenti ad un clan disprezzato dei Somali….

Poi anche alcuni intellettuali ealcuni ricchi sono venuti a chiederci di accogliere i loro figli nella nostra scuola perché è una scuola seria, i maestri sono impegnati, amano i bambini, amano l’insegnamento, e noi abbiamo deciso di accettarli…..


Oggi la scuola è una bellissima mescolanza di bambini di ogni provenienza, di ogni storia, di ogni capacità, ed è questa una delle esperienze più consolanti, più incoraggianti, più capaci di donare speranza in un mondo in cui gli uomini vorranno essere e saranno una cosa sola.

 

Questo dell’UT UNUM SINT è stata ed è l’agonia amorosa della mia vita, lo struggimento del mio essere. Ed è una vita che combatto perché gli uomini siano una cosa sola.

 

Una scuola di pace.

Ogni giorno al TB Centre noi ci adoperiamo per la pace, per la comprensione reciproca, per imparare insieme a perdonare. Ogni giorno noi lottiamo per comprendere e far comprendere che la colpa non è mai da una sola parte ma da ambedue le parti, noi ci guardiamo in faccia, negli occhi, perché vogliamo che si faccia la verità.

Questo instancabile lavoro le attira l’odio dei settori più tradizionalisti della società e degli estremisti islamici. Annalena riceve minacce ma non se ne cura.

Non ho paura, e anche questa è una cosa che non mi sono data. Sono stata in pericolo di vita, mi hanno sparato, picchiata, sono stata imprigionata, ma non ho mai avuto paura.

Pur in un clima di diffidenza e aperta ostilità, Annalena non cade vittima di generalizzazioni, resta sempre capace di distinguere: la popolazione, gente semplice che pratica un islam moderato, dai gruppi di fanatici estremisti, spesso finanziati e indottrinati dall’esterno. E conserva un cuore veramente povero, un cuore sempre aperto ad accogliere l’altro e a ricevere dall’altro.

Ma il dono più straordinario, il dono per cui io ringrazierò DIO e loro in eterno e per sempre, è il dono dei miei nomadi del deserto. Musulmani, loro mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa che non ha nulla di fatalistico, una resa rocciosa e arroccata in Dio, una resa che è fiducia e amore. I miei nomadi del deserto mi hanno insegnato a tutto fare, tutto incominciare, tutto operare nel nome di Dio, nel nome di DIO Onnipotente e Mi-sericordioso.

La consuetudine del nome di DIO ripetuto incessantemente che già aveva sconvolto e affascinato la mia vita con i racconti del pellegrino russo prima della mia partenza, ha trasformato la mia vita permanentemente. Rendo GRAZIE ai miei nomadi del deserto che me l’hanno insegnato.

Da quando sono con loro, sono trent’anni che io mi struggo perché anche nel nostro mondo noi fermiamo i lavori, ci alziamo se dormiamo, interrompiamo qualsiasi discorso per fare silenzio e ricordarci di DIO, meglio se assieme ad altri, per riconoscere che da LUI veniamo, in LUI viviamo, a LUI ritorniamo.

Annalena ci testimonia che le religioni non sono un terreno di scontro se a prevalere è l’amore e il rispetto per l’uomo.

Quella della T.B. Manyatta fu una grande avventura d’amore, un dono di DIO. Fu grazie alla T.B. Manyatta che la gente cominciò a dire che forse anche noi saremmo andate in Paradiso.

Per cinque anni ci avevano sbattuto in faccia che noi non saremmo mai andate in Paradiso perché non dicevamo: “Non c’è DIO all’infuori di DIO e Muhamad è il suo profeta”. Poi successe un episodio grave che mise a rischio la nostra vita e allora la gente cominciò a dire che sicuramente anche noi saremmo andate in Paradiso. Poi cominciammo a essere portate come esempio. Il primo fu un vecchio capo che ci voleva molto bene … “Noi Mussulmani abbiamo la fede -ci disse un giorno- e voi avete l’amore”.

Fu come il tempo del grande disgelo. La gente diceva sempre più frequentemente che loro avrebbero dovuto fare come facevamo noi, che loro avrebbero dovuto imparare da noi a CARE per gli altri, in particolare per quelli più malati, più abbandonati.

Diciassette anni dopo, subito dopo il massacro di Wagalla, un vecchio arabo mi fermò al centro di una delle strade principali del povero villaggio, profondamente commosso perché in mezzo ai morti c’erano suoi amici, perché mi aveva visto quando mi avevano picchiato, sorpresa a seppellire i morti, mentre lui aveva avuto paura e non aveva fatto nulla per salvare i suoi, invece io avevo tutto osato per salvare la vita dei loro che erano diventati miei, e gridò perché voleva essere sentito da tutti: “Nel nome di Allah, io ti dico che, se noi seguiremo le tue orme, noi andremo in Paradiso”.

A Borama, dove vivo oggi, la gente prega intensamente perché io mi converta al mussulmanesimo. Me ne parlano spesso ma con delicatezza, aggiungono sempre che comunque DIO sa ed io andrò in Paradiso anche se rimarrò cristiana. Non vogliono che io mi senta ferita. E poi cercano di farmi sentire ‘assimilata’ a loro, vicinissima. Mi raccontano ogni hadith in cui il profeta Muhamad sulle orme di Issa, Gesù, mangiava con i lebbrosi nello stesso piatto, aveva compassione dei poveri, mostrava amore per i piccoli.

In senso molto più lato, il dialogo con le altre religioni è questo. E’ condivisione. Non c’è bisogno quasi di parole. Il dialogo è vita vissuta, meglio se, almeno io lo vivo così, senza parole.

Testimoniare il vangelo è farsi pane sulla mensa degli uomini.

La vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’amore è inutile, che la mia religione cristiana non ha tanti comandamenti, ma ne ha uno solo, che non serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie, né pellegrinaggi…, che quell’Eucaristia che scandalizza gli atei e le altre fedi racchiude un messaggio rivoluzionario: “Questo è il mio corpo fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, mangi la tua condanna!”. L’Eucaristia ci dice che la nostra religione è inutile senza il sacramento della misericordia, che è nella misericordia che il cielo incontra la terra...

Vorrei aggiungere che i piccoli, i senza voce, quelli che non contano nulla agli occhi del mondo, ma tanto agli occhi di Dio, i suoi prediletti, hanno bisogno di noi, e noi dobbiamo essere con loro e per loro e non importa nulla se la nostra azione è come una goccia d’acqua nell’oceano. Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. Lui ha parlato solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonarci sempre… I poveri ci attendono. I modi del servizio sono infiniti e lasciati all’immaginazione di ciascuno di noi. Inventiamo… e vivremo nuovi cieli e nuova terra ogni giorno della nostra vita!

La gioia di ricominciare – corso intensivo 5-8 dicembre a roma

 

meditation da A Yogi.

La gioia di ricominciare

Meditazione – Preghiera – Azione

Seminario di formazione integrata

per credenti e non credenti

del XXI secolo

 

Con Marco Guzzi

 

5/8 dicembre 2009

 

Comunità di Preghiera “Mater Ecclesiae”

Suore Dorotee di Cemmo

Via della Pineta Sacchetti, 502

00168 – ROMA

Tel/Fax 06.3017936

Mater.eccl@tiscalinet.it

www.centromaterecclesiae.it


Obiettivi e finalità dell’incontro

Cresce in ognuno di noi il bisogno di ricominciare, di dare un nuovo inizio alla propria vita.

E cresce, anche a livello politico e planetario, la necessità di un nuovo slancio creativo.

 

Solo che ritrovare questa forza richiede un approfondimento della vita interiore, la scoperta delle nostre dimensioni libere.

Per ricominciare siamo chiamati a scoprire che molti dei nostri pensieri abituali non sono che gabbie e illusioni.

 

In tal senso la pratica della meditazione e della preghiera, come esperienza quotidiana della gioia della nostra libertà, risulta oggi indispensabile anche per un nuovo progetto politico e culturale di rigenerazione del mondo nella giustizia e nella pace.

 

Dopo il tramonto delle ideologie materialistiche del XIX e del XX secolo la rivoluzione di questo mondo va a coincidere con il moto continuo del nostro ricominciamento spirituale nella libertà.

 

Il corso si prefigge di introdurci nell’esperienza spirituale della nostra libertà, come spazio aperto per una nuova azione, più integra, più benevola, e molto più efficace.


 

Metodologia

Nel seminario seguiremo la metodologia integrata utilizzata nei corsi regolari che si svolgono da oltre dieci anni presso l’Università Salesiana di Roma.

Questo metodo è illustrato nei due manuali: M. Guzzi, Darsi pace – Un manuale di liberazione interiore, Ed. Paoline 2004, e Per donarsi – Un manuale di guarigione profonda, Ed. Paoline 2007.

La base teorica del lavoro è invece raccolta nei volumi di M. Guzzi, La nuova umanità – Un progetto politico e spirituale, Ed. Paoline 2005, e Yoga e preghiera cristiana – Percorsi di liberazione interiore, Ed. Paoline 2009.

 

 

 

Programma del seminario

Sabato 5 dicembre 2009

 

18Arrivo e sistemazione

18.30Meditazione introduttiva

20.45Presentazione del seminario:

Il grande bisogno di ricominciare

Domenica 6 dicembre 2009

9.15La gabbia di questo mondo e la chiave per uscirne
Meditazione guidata, esercizi di autoconoscimento

16Lavori di gruppo

17Condivisione in assemblea

20.45Incontro di fine giornata

 

Lunedì 7 dicembre 2009


9.15Nel principio, e ora, e sempre: nella libertà

Meditazione guidata, insegnamenti ed

esercizi di autoconoscimento

16Lavori di gruppo

17Condivisione

20.45Meditazione poetica:

L’esperienza poetica come uscita dall’Alcatraz dell’ego

Martedì 8 dicembre 2009

9.15 L’adesso dell’azione messianica

Meditazione guidata, insegnamenti ed

esercizi di autoconoscimento

 


Avvertenze

E’ possibile partecipare al Seminario secondo due modalità: come residenti e come pendolari.

 

Quota residenti: Euro 150 più 40 di iscrizione.

Quota pendolari: Euro 40 di iscrizione più 30 per uso casa.

Costo singolo pranzo: Euro 15.

 

Per effettuare l’iscrizione è sufficiente telefonare, inviare un fax o una mail

Presso la sede del corso (vedi frontespizio).

 

Il Centro “Mater Ecclesiae” si raggiunge dalla Stazione Termini con Metropolitana linea “A” in direzione Battistini, fino a Valle Aurelia., quindi con treno urbano FS per Viterbo o Cesano o Bracciano, scendendo alla fermata Gemelli.

 


Testimonianza di Maria Grazia: la forza per andare avanti

Testimonianza di Maria Grazia: la forza per andare avanti


 

Nihil ad excludendum – di Fabrizio Falconi

Mi sembra che un atteggiamento mentale molto diffuso oggi, che riscontro tra amici anche colti o intelligenti,   quando si affrontano i cosiddetti ultimi, cioè le questioni fondamentali – sempre le stesse della nostra vita – chi siamo da dove veniamo e dove andiamo –   sia quello di asserire con certezza, a prescindere da una qualsiasi fede, ma di asserire con certezza soltanto in negativo , cioè escludendo a priori

I fantasmi ? Bah. La vita dopo la morte ? No, non ci siamo.  Le percezioni extrasensoriali, le visioni, la metempsicosi ? Buonanotte !


Eppure io credo invece che, proprio alla luce delle attuali conoscenze della fisica, e di quello di incredibile che stiamo scoprendo, occorrerebbe da parte di noi umani nelle nostre valutazioni di giudizio, una dose infinita di umiltà. E basterebbe dedicare un po’ di tempo alla lettura di uno qualsiasi dei grandi libri di fisica divulgativa disponibili sul mercato, per concludere che l’unica verità che potremmo affermare, sostenibile senza timore di smentita è questa: ” Nihil ad excludendum”.

Non possiamo escludere nulla, dovremmo mantenere la mente molto molto aperta, se possibile.

Ecco quel che scrive ad esempio Martin Rees, uno dei maggiori astronomi moderni, Research Professor della Royal Society all’Università di Cambridge e Astronomo Reale d’Inghilterra in un libro capitale, Il nostro ambiente cosmico ( edizioni Adelphi, pag.183).

“Svariati scenari conducono a universi multipli.

Andrej Linde, Alex Vilenkin, e altri hanno simulato al calcolatore un’inflazione “eterna”, nella quale più universi emergono da big bang distinti in regioni disgiunte dello spaziotempo. Alan Guth e Lee Smolin hanno immaginato, partendo da ipotesi diverse, che all’interno di un buco nero possa germogliare un nuovo universo che espandendosi formerà un dominio spaziotemporale a sè stante, a noi inaccessibile.

Lisa Randall e Raman Sundrum suppongono invece che possano esistere altri universi separati dal nostro grazie a una dimensione spaziale in più. Questi universi disgiunti potrebbero tanto interagire gravitazionalmente quanto non avere nessun effetto uno sull’altro.

Gli altri universi sarebbero domini spaziotemporali separati; non potremmo neanche dire sensatamente se sono esistiti prima del nostro o esistono insieme o esisteranno dopo, perchè questi concetti hanno senso solo finchè possiamo usare una misura del tempo unica, comune a tutti gli universi.

Alan Guth e Edward Harrison hanno addirittura ipotizzato che si possano fabbricare universi in laboratorio facendo implodere un certa quantità di materia fino a trasformarla in buco nero. Per caso il nostro universo è il risultato di qualche esperimento eseguito in un altro ? Secondo Smolin, l’universo-figlio potrebbe essere governato da leggi che recano l’impronta di quelle che prevalgono nell’universo-genitore; ma in tal caso potremmo resuscitare, sotto nuova veste, l’argomento teologico del progetto, rendendo ancora più incerto il confine tra fenomeni naturali e soprannaturali.”

Alla luce di queste semplici conclusioni alle quali sta giungendo la fisica moderna, la scienza – non qualche stregone – come è possibile per noi escludere qualcosa ?  Come è possibile escludere l’esistenza o la realtà di fenomeni che non comprendiamo ? Quale diritto, quale libertà arbitraria può indurci a dire: “le cose stanno così” ?

Fabrizio Falconi

in testa, una foto della Nebulosa dell’Aquila (Eagle), distante 5.700 ANNI LUCE dalla Terra e soprannominata I pilastri dell’Universo.

L’indifferenza


Nel bellissimo quanto triste romanzo quasi autobiografico “La masseria delle allodole” Antonia Arlan racconta la diaspora della sua famiglia; a tale scopo descrive la strage subita dal popolo armeno residente in Anatolia nel 1915.


 

Dopo lo sterminio di tutti gli uomini (vengono assassinati tutti i maschi, bambini compresi), ai restanti (donne, bambine e  anziani) viene ordinato di abbandonare la piccola città dell’Anatolia. Questi formano una carovana e si dirigono verso Aleppo; inizia per loro un vero e proprio calvario. Le razzie, le violenze dei soldati turchi e la penuria di cibo riducono gli Armeni in uno stato miserabile.

 

Il mio intento non è parlare degli armeni, (anche se la lettura di questo romanzo e del suo seguito “La strada di Smirne” mi ha permesso di conoscere questo ennesimo genocidio compiuto nella storia), quanto riflettere su quanto segue.

Ciò che più mi colpisce in questa come in circostanze analoghe (es. lo sterminio degli ebrei) non è tanto la malvagità dei persecutori, individui privi di anima con cui in ogni epoca il genere umano ha dovuto fare i conti, quanto l’indifferenza di chi non è direttamente coinvolto.

Narra in alcuni punti il racconto “La masseria delle allodole”:

 

– I contadini, serrati in casa, non uscivano più di notte in quell’estate di orrori, evitavano di vedere e di sentire…-

 

-I superstiti delle varie famiglie si stringono insieme privi di curiosità verso qualsiasi cosa che non sia il cibo, qualsiasi resto di cibo……Per un momento, tutti covano un’indistinta speranza

“ Qualcuno ci vedrà, qualcuno capirà che cosa ci stanno facendo”.  Ma la gente lungo la strada, invece, sembra non vederli, li attraversa con occhi di vetro, o si scansa con visibile disgusto –

 

Gli altri……..gli altri, in ogni contesto, non intervengono (tranne eroiche eccezioni) o perchè paralizzati dalla paura o perché sono ossessionati dall’idea di avere un “nemico interno” che tutto sommato è giusto far sparire. Il pericolo di quest’ultima “convinzione” non è certo impossibile in un periodo di riaffermazione dell’identità nazionale e etnica dei rispettivi stati.

 

Sinceramente mi angoscia tanto la sola idea di poter far parte di questa categoria di persone (purtroppo non escludo che la paura mi potrebbe bloccare!).

In fondo è cronaca dei nostri giorni l’aggressione in metropolitana di una giovane da parte di una donna con problemi psichici …nella totale indifferenza degli altri passeggeri.

Gabriella S.

Il regalo per il primo compleanno di “Darsi Pace”

Dopo una lunga riflessione ho deciso di ringraziare pubblicamente Rosella e Michele per la loro presenza tra noi .


 

Rosella è in nostra compagnia ormai da tempo , presente al punto che se un giorno non leggerò un suo pensiero mi preoccuperò seriamente, ha sempre parole di incoraggiamento che ci dona sapientemente .

Michele si è presentato a noi da poco tempo e lo ha fatto in modo dirompente al punto da far temere un grave fraintendimento che in realtà non si è verificato anzi direi che al difficile dialogo iniziale ha fatto seguito una apertura che mi ha insegnato molto .

Spesso mi capita di essere in contrasto con un altro modo di vedere le cose e la fuga ( quando mi sento in minoranza ) sembra sempre la via maestra, poi però nulla cambia anzi tutto si complica sempre più, l’ennesima occasione perduta !!!

Assistere a come voi siete riusciti a stabilire una sintonia partendo da posizioni che sembravano distanti anni luce mi ha veramente e positivamente sorpreso.

Perdonatemi se mi sono permesso di dare risalto alla vostra amicizia neonata ma non ho resistito alla voglia di farvi sapere che vi vogliamo bene e siamo felici di sapervi a bordo, questa piccola esperienza alla quale abbiamo assistito ci ha fatti crescere .

Grazie per il bel regalo

Un doppio abbraccio Ale

 

Kings of Leon – ritorno al rock

Foto della band
Breve intermezzo musicale in questo mare magnum di alte riflessioni, emozioni, cultura, spirito e sentimenti…. una piccola pausa di evasione ogni tanto ci vorrà pure, nò?

Propongo questa band americana di Nashville per la quale da pochi mesi ho perso la testa, è stato un colpo di …. fulmine, ma ho capito che il rock non è sul viale del tramonto, il rock è tornato …  …più vero e bello che mai, largo ai ….. Kings Of Leon!


 

Veicolato dall’attenta sensibilità di mio figlio Edoardo mi sono ritrovato ad ascoltare con la giusta predisposizione uno dei più accattivanti brani della band : Fans, … e da allora non ho smesso più.

Si tratta di rock vero, puro, senza mistificazioni, con dentro tutta la storia e la tradizione di questo genere e la proiezione verso i suoi orizzonti prossimi venturi.

Si tratta di quattro ragazzi, tre fratelli Caleb (voce e chitarra acustica), Matthew (chitarra elettrica) e Nathan (percussioni) ed un cugino Jared (basso elettrico), i Follwill che in breve tempo, con quattro solidi album e lunghe ed apprezzate tournee in giro per il mondo (in particolare in Inghilterra e in Australia) si sono fatti spazio e nome tra gli appassionati ed i critici (la rivista Rolling Stone è entusiasta). Basta dire che nello scorso 2008 in Inghilterra il loro ultimo album “Only by the night” ha venduto più dei veterani di casa, i Coldplay.

Figli del pastore pentecostale Leon, in onore del quale è dedicato il nome della band, i tre fratelli sono cresciuti girando in lungo ed in largo il centro e il sudest degli stati uniti assieme con il papà, predicando, pensate un po’, il vangelo cristiano, e ricevendo al contempo una ottima educazione musicale.

Con un suono lucido che, nel rispetto della tradizione, mescola sapientemente le sue radici rock, country, folk, pop, blues con le più attuali influenze del garage e le oscurità dell’hard, che strizza l’occhio all’indie rock e si compiace di atmosfere psichedeliche, questi quattro ragazzi (tutti sotto i trent’anni) confezionano uno dopo l’altro brani energici, singolari, piacevoli, fluidi ma soprattutto veri, per il puro piacere di suonare e cantare insieme, far ballare, emozionare e divertire.

Perché i Kings Of Leon a Darsi Pace?

Perché … mi danno, e spero ne diano anche a voi, veramente pace, gioia e piacere, uno svago puro, limpido e armonico al quale appena posso mi abbandono ……

Perché … i tre fratelli hanno affermato sorridendo in un’intervista il grande influsso dell’educazione religiosa e del Jack Daniel’s (prodotto tipico del Tennessee).

Perché … citano tra i propri ispiratori i Joy Divisione e i Cure, e sanno arrivare dritti al cuore.

In Italia non sono ancora mai venuti, ma i figli del pastore pentecostale ne han fatta di strada.

Magari non vi interesseranno più di tanto e forse siete scettici quanto basta sul sano potere del rock, ma vi invito a provare.

Credo di avere detto le cose più importanti, non mi resta a questo punto che mostrarveli, e penso che il miglior modo sia questa versione live di Arizona al festival di Glastonbury (Inghilterra) 2008, brano maestoso ed epico che evoca nostalgici paesaggi lontani e sconfinati dove perdersi per ritrovarsi … nella speranza di portarvi per un po’ lontano, molto lontano da qui….

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e, per apprezzare le doti accattivanti del sound di questa band, che come detto all’inizio mi hanno subito entusiasmato, a seguire anche la scintillante ballata Fans, con notevoli echi degli Who (di R. Daltrey e P. Townshend), sempre in una esibizione dal vivo stavolta al Festival di Reading (Inghilterra) del 2007, dove la voce roca potente e graffiante di Caleb ha modo di farsi notare insieme alle note della sua echeggiante, enfatica, chitarra acustica…

{youtubejw}SiHZxxBg0oU{/youtubejw}

 

… e a tutti buona pace e buon ascolto, . . . . poi, mi raccomando : di nuovo tutti al lavoro, eh!.

 

Marco Falconi

 

{readmore}

 

Il Piacere della Bellezza – Prima Il Piacere Poi Il Dovere

“.. ma non hai ancora capito che viene prima il Piacere e poi il Dovere?”. Così mi apostrofò Marco in uno dei primi incontri. Cominciavo bene visto che fino ad allora avevo dato per scontato il contrario 🙁

Tutto sommato ero contento perché ero sulla buona strada. Cominciava un nuovo viaggio. Prima di Marco altri mi avevano aperto gli occhi e le orecchie. Forse stavo diventando più disponibile ad ascoltare. Un dono dell’età del “mezzo del cammin” immagino 🙂

“Si parte per conoscere il mondo si torna per conoscere se stessi  …”

Così recita il testo della canzone “Oriente” di Niccolò Fabi che ben descrive il viaggio che sto facendo al quale per dare maggiore dignità ho voluto dare un titolo “Il piacere della bellezza. Durante un viaggio capita di condividere alcune tappe insieme a persone inaspettate così come ho fatto quest’anno alla presentazione dei gruppi Darsi Pace.  In quell’occasione mi sarebbe piaciuto invitare i partecipanti a dire la loro utilizzando il blog per ricevere delle “risonanze”. Adesso posso invitarli/vi a farlo 🙂

Comincio.


All’inizio pensavo che il piacere fosse un punto di vista un po’ come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto all’occorrenza.

Scopro (meglio dire che divento consapevole) che è vero il contrario. Il piacere si realizza, è un modo di vivere, un desidero sempre presente che spinge ad approfondire a cercare le cose belle quelle che fanno stare bene e che danno pace.

Sarà per questo che  leggo ad Irene, mia figlia, poesie e testi di canzoni che poi mi chiede di cantargli  🙂 ed ho capito l’espressione di Amos Oz “… la letteratura salverà il mondo”

Quello che più voglio “incarnare” del piacere è l’essere il  motore del dovere, dellazione quella vera efficace che incide.

Anche il dovere è un’esperienza direte voi. Vero. Peccato che rimanda all’obbligo, preludio della tristezza. Infatti è la frase preferita per intristire e/o intristirsi. In confidenza vi dico che ogni volta che qualcuno mi dice che sono triste mi prende un colpo …. Perché mi ricorda che sto o sono uscito fuori strada… 🙁

Mi ritrovo piano piano e faticosamente a fare più attenzione a quello che mi piace fare e a non usare il verbo “dovere” in modo indiscriminato. Ad esempio quando coinvolgo mia figlia se non riesco a trasmettergli il piacere della proposta le parole si rivelano finte. E Irene mi fa tana (potenza dei bambini). Mia moglie pure  🙂  Tendo a stare lontano dalle persone sempre tristi perchè la tristezza è contagiosa come il piacere peccato che provoca danni. Il piacere come antidoto è una proposta che vi faccio.

Tra l’altro mi sono accorto che dove c’è più dovere tendiamo alla tristezza ma siamo ottimi consumatori (di tutto e di più) mentre dove c’è più piacere siamo più felici con relazioni più belle. Il consumo si limita alle cose essenziali.

Sono convinto che sia il piacere che il dovere sono”stati” che attraversiamo e abitiamo.  La questione è: dove vogliamo abitare stabilmente? Scegliere la casa diventa il piacere di stare insieme ai figli, a mia moglie alle persone che incontro giornalmente, … ma prima ancora è il piacere di stare e costruire me stesso la casa migliore a mia disposizione (e anche l’unica). 

Il piacere può essere così pedagogico, educativo, genitoriale, politico, …  trasformandoci quasi in un io umano.

Naturalmente non mi è nè facile nè spontaneo. Appena mollo mi sbilancio dall’altra parte. Ma i risultati incoraggianti e le persone che ho vicino mi spingono a continuare questo viaggio.

Prima di terminare vi condivido un estratto del testo di un’altra canzone di Niccolò FabiCostruire“che mi risuona da diverso tempo …

“……

ma tra la partenza e il traguardo

nel mezzo c’è tutto il resto

e tutto il resto è giorno dopo giorno

e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire

e costruire è potere e sapere

rinunciare alla perfezione

….”

Se qualcuno si è accorto che ho parlato solo del piacere e non della bellezza … a breve vi chiederò conto anche di questo quindi cominciate a pensarci 🙂

photo credit:  Pink Sherbet Photography

Testimonianza di Giovanna: il coraggio di vivere

Testimonianza di Giovanna: il coraggio di vivere

 


 

Produci, consuma, crepa ovvero: tecnologia delle comunicazioni ed evoluzione umana

Si sente da più parti dire che la vita, a tutti i livelli dell’umano, si è fatta insostenibile. Questo “senso comune” è particolarmente rilevante per noi dei gruppi Darsi Pace che, muovendo proprio dalla varia fenomenologia dell’insostenibilità, tentiamo di risalire alle cause, ai motivi e ai moventi del non più sostenibile, che affetta di sé le esistenze nostre e altrui.


Alcuni di questi moventi sono chiaramente interni, hanno cioè a che fare con le nostre biografie, le nostre storie e le specifiche ferite che, una ad una, vanno risolte. Questo è il principale scopo del nostro lavoro nei gruppi. Altri moventi sono invece esterni, e corrispondono a quelle distorsioni generali, quelle forme di nevrosi collettive che abbiamo generato come società, e a cui ciascuno, anche inavvertitamente, dà giorno per giorno il suo contributo. Queste distorsioni sistemiche, strutturali potremmo dire, sono il bersaglio del lavoro che come associazione Darsi Pace intendiamo svolgere, da un lato spezzando con esse sul piano individuale ogni genere di alleanza, e dall’altro offrendo a tutti uno spazio di elaborazione di soluzioni comuni, anche culturali, al frangente epocale che ci tocca di vivere. Partendo da una sana critica dell’esistente. È quanto mi prefiggo ora di fare, analizzando un caso a me molto vicino: il mio quotidiano.

Osservando il mio stile di vita in modo, ho potuto costatare tutta una serie di abitudini molto singolari, che contraddistinguono il mio modo di lavorare e vivere da quello che fu il modo delle generazioni passate. Ecco ciò che su un piano molto fenomenico ho rilevato. Sulla base di una stima al ribasso, ho calcolato che ogni giorno ricevo tra le 30 e le 40 mail per motivi di lavoro; tra le 20 e le 30 mail tra contatti generici e contatti personali di amici, conoscenti e via dicendo. Totale: fino a 70 mail al giorno, festivi inclusi. Ho scorporato dal calcolo lo spam puro, che alcuni efficaci programmi mi aiutano a gestire. Se malauguratamente per un giorno non ho accesso al computer, il giorno successivo le mail saranno diventate 140, quindi 210 e così via.

Poi c’è il capitolo telefono cellulare, vero feticcio collettivo dell’onnireperibilità, del lavoro smart, dell’interconnessione pervasiva e totale a cui tutti oggi siamo assoggettati. Ebbene, io ricevo tra le 20 e le 25 telefonate di lavoro al giorno, circa la metà partono invece dal mio cellulare verso altri contatti di lavoro. Il totale del tempo medio che trascorro ogni giorno al cellulare è di due ore circa. Si aggiungono quindi i contatti personali di amici e conoscenti, che chiamano per un saluto o una chiacchierata e, last but not least, gli sms, sia privati che di lavoro a cui spesso è necessario rispondere immediatamente. Quando torno a casa, tra le 19.00 e le 19.30, ha inizio la teoria delle telefonate parentali: madri, padri, zii e altri cari, ciascuno desideroso di avere notizie, scambiare affetto, dare e ricevere conforto e attenzione. Di solito ricevo anche almeno una telefonata da qualche malcapitato operatore di call center che opera in outbound, il quale mi contatta per propormi pacchetti e offerte commerciali della natura più diversa.

È del tutto evidente che, in quanto homo sapiens fermo allo stadio evolutivo raggiunto nel neolitico, sono sprovvisto delle più elementari qualità necessarie a far fronte a una simile tempesta mediatica. Non sono in grado di gestire il sistema di aspettative che si muove attorno a me se non forzando mascheramenti e strutture difensive sostanzialmente arcaiche e infantili. Come me, credo la gran parte delle persone che conducono lo stesso mio stile di vita, e che vedo oscillare nelle loro relazioni tra un’aggressività nevrotica e un ritiro interiore di tipo narcisistico. Preciso che non ho particolari responsabilità pubbliche e non occupo posizioni di potere; sono dunque portato a credere che quanto mi capita abbia un carattere di sostanziale medietà. Nel caso, poniamo, di un politico tutto ciò credo vada elevato a potenza di 10. Basterebbe questo a spiegare, se non giustificare, il livello patologico raggiunto dalle nostre classi dirigenti, che oggi ci scandalizza particolarmente, perché si esprime in sfrenatezza dei costumi, degrado morale e altre forme di disordini del comportamento. Io credo che le loro distorsioni siano sintomi, soltanto sintomi, e che certe loro patologie presuppongano una fisiologia che è, purtroppo, comune.

E dunque? I dunque credo siano perlomeno due:

  1. dobbiamo tutti e ciascuno sforzarci di riportare “il mondo a quote più normali”, come cantava Battiato in quella splendida canzone che è Povera Patria. Non si può, semplicemente non si può forzare al massimo quelli che sono limiti fisici e fisiologici nella gestione delle relazioni umane. Io credo che una spiritualità compiuta e incarnata debba aiutarci anche a intraprendere sentieri di sano realismo, a rispettare noi stessi e la nostra corporeità, a prendere cognizione del tempo e dello spazio, a tenere in conto i nostri bisogni e a non violentarci “senza ragione”. Senza ragione, cioè in ultima analisi nichilista, è quella ideologia strisciante – la sola ideologia sopravvissuta in Occidente – che si esprime nel motto: Produci Consuma Crepa. È una spirale particolarmente afflittiva, che tende ad avvitarsi verso il basso, che tende a una mercificazione quasi totale delle nostre esistenze e che tocca quasi tutti noi. Produrre ricchezza per consumare di più. Consumare di più per stimolare la produzione di beni e servizi, sempre più voluttuari e superflui. Ridistribuire il reddito prodotto al solo fine di attivare nuovi consumatori. Stimolare i consumi facendo ricorso ai più artificiosi mezzi di manipolazione di massa. Sino a quando si è “attivi”. Terminato il ciclo (per anzianità, malattia, handicap, povertà) essere proiettati fuori, nelle sacche di marginalità antiche e nuove che la nostra società produce in continuazione. La via d’uscita da un simile avvitamento mi pare essere questa: evolvere come singoli e come società verso nuovi “beni”, che siano autenticamente tali. Gli attuali consumi e prodotti hanno tutti o quasi un corrispettivo meramente materiale. Sono cioè “merci” che possono essere riscattate e scambiate, in quanto il loro valore è meramente monetario. Vedo però all’orizzonte concretizzarsi la possibilità, realmente evolutiva, di nuove entità, percepite sempre più come essenziali, che non potranno essere scambiate con altri beni materiali, ma riscattate solo mediante un investimento di tempo, di emozioni, di affetti. Saranno i beni “spirituali”, o se si vuole, i consumi umanizzanti, a trasformare la struttura dell’economia, e dunque a modificare e fare evolvere anche le nostre esistenze e i nostri comportamenti. La scoperta di queste nuove datità ci aiuterà a ridimensionare gradualmente il nostro sforzo produttivo, ovvero a riorientarlo, e ad attribuire nuovi significati al concetto di benessere, come mi pare già stia accadendo nei vari processi di elaborazione di modelli alternativi alla misurazione della ricchezza di un paese sulla sola base del Prodotto Interno Lordo.

 

  1. La straordinaria potenza dei mezzi di interconnessione che oggi possediamo e di cui tutti facciamo uso possiede tuttavia anche una matrice evolutiva, il cui senso positivo va colto e attuato, se non si vuole ristagnare in fiacchi rimpianti di un’età dell’oro, in cui tutto era più semplice e piano. E in cui purtroppo era protagonista la guerra, gli isolamenti nazionalistici, la miseria morale e materiale, gli olocausti e tutti gli orrori che hanno scandito il Secolo Breve. Mi chiedo: cosa potenzia dell’umano in quanto tale l’attuale tecnologia? Che scatti evolutivi questa sembra presupporre nei suoi utenti? Che caratteristiche del tutto inedite deve o dovrebbe avere quest’uomo tecno mediatico del XXI Secolo, per adeguarsi ai mezzi di cui ogni giorno fa uso? Io credo che tutto oggi, dai cellulari alla posta elettronica, dai social network ai blog, sino al paradigma della “portabilità”, cioè all’emancipazione della comunicazione dai limiti fisici dello spazio e del tempo, prefiguri un uomo pienamente e compiutamente relazionale, e in qualche misura perfino spiritualizzato. Interconnesso cioè, in misura impensabile sino a qualche decennio fa, con infiniti “altri”. Ciò che la tecnologia oggi presuppone, senza averne precostituito le condizioni, è una nuova identità, non più arroccata nell’isolamento difensivo, ma polifonica e processuale. Un’identità dinamica e dialogica, che è delle persone e dei gruppi, nella quale l’Io e il Noi anticipa ed evoca i Tu e i Voi al livello della propria stessa costituzione. Nuove soggettività umane intessute in larghe trame di relazioni, soggettività sempre da ritessere e ricevere di nuovo come una donazione di senso, che viene dall’Altro. Malauguratamente, la tecnologia offre solo i mezzi. Non determina cioè i fini, e men che meno elabora le condizioni di possibilità autentiche perché tutto questo si avveri. Ho anzi la sensazione che, forzando in noi attitudini che non ci è stato dato di consolidare, la nostra potentissima tecnologia finisce per produrre il proprio contrario: distorsioni difensive, chiusure e isolamenti e ripiegamenti narcisistici, irrelazioni tanto più gravi e dolorose, quanto più la struttura antropologica bio-psico-spirituale non è adeguata ai mezzi di cui fa uso, e dunque – sollecitata oltre i propri limiti – è portata a difendersi. I moderni mezzi di trasporto ci consentono di viaggiare a 200 chilometri orari, ma se andiamo a sbattere a quella velocità moriamo, perché il nostro fisico non è adeguato a simili sollecitazioni. È allora urgente che ci si prepari giorno per giorno a questo grandioso salto evolutivo, di cui le ICT – Information Communication Technologies non sono allo stato attuale che una promettente metafora. Ai politecnici, ai centri di ricerca e sviluppo, all’educazione intellettuale e alla formazione scolastica che ci abilità all’uso dei nuovi mezzi, bisognerebbe affiancare, o far precedere, una nuova pedagogia dell’umano, nuovi cantieri e laboratori in cui forgiare un’umanità adeguata ai mezzi di cui dispone. Perché possa liberamente farne uso, invece di esserne usata. È il lavoro di una lunga preparazione, un lavoro da ostetrici, a cui nei gruppi Darsi Pace ci siamo appena accostati.