Archivi per febbraio 2010

Gina: la libertà di accogliere la Grazia


In questo periodo di crisi tutte le figure umane sono chiamate a rinnovare la propria identità e a trovare nuova linfa per le sfide epocali che ci troviamo ad affrontare.
A tale lavoro faticoso ed entusiasmante sono chiamate anche, e forse soprattutto, quelle persone che hanno fatto una scelta di vita consacrata, di totale dedizione alla ricerca spirituale.
In questo senso è molto importante e proficua, nei nostri gruppi Darsi Pace, la partecipazione di religiosi e religiose, i quali, con la loro presenza, testimoniano la volontà di cambiare, di mettersi in discussione, aprendosi alla ricerca di nuovi itinerari trasformativi.
Come afferma Suor Gina nella sua testimonianza: “il Signore da la sua grazia secondo la natura di ciascuno, adatta il suo progetto di misericordia e di salvezza alla capacità e ai tempi di ciascuna persona, perché lui è il primo a rispettare la libertà di ciascuno di noi”.
Ed è proprio questa libertà di ricerca, questa attenzione vigile ai segni dei tempi, che ci consentono di procedere sul cammino, in quell’equilibrio sottile tra fedeltà e obbedienza alla tradizione ricevuta e ascolto umile della voce dello Spirito che ci chiama sempre a scelte coraggiose e innovative.

Affronteranno questi temi le relazioni che Marco Guzzi terrà domani, 9 febbraio, a Bergamo, all’interno del Convegno della Provincia Italiana dei Missionari Monfortani (info. www.monfortani.it – 035.3690411).
Ecco il titolo delle relazioni (mattutina e pomeridiana):
Una segreta fioritura Tracce di aurora nella notte occidentale
Prepararsi a diventare una umanità nascente La formazione alla perenne trans-formazione

Nel mese di marzo pubblicheremo inoltre, sempre sul tema della trasformazione delle linee formative della vita consacrata, la conferenza di apertura dell’anno accademico dell’Istituto di Teologia della vita consacrata “Claretianum”, tenuta da Marco il 23 ottobre 2009.

Esperienza di armonia e di senso

 

Fin da piccolo, quando ho ricevuto in eredità il pianoforte di mia nonna sono rimasto affascinato dalle possibilità espressive di quello strumento.
Ma, era lo strumento ad avere quelle qualità espressive o, più sottilmente, ero io che avevo finalmente la possibilità di ritrovare me, o meglio, la parte più intima di me, quella più preziosa, più intensa, abissale o astrale, siderale, nell’intreccio di quei suoni meravigliosi?


Col tempo mi si è sempre più chiarito il senso di questo rapporto con i suoni. Ho capito che il suono non è ancora musica, ma entro determinate condizioni può essere un veicolo ad essa.
Ho imparato a riconoscere che la musica è intimamente legata alla mia essenza, come lo può essere per chiunque, ascoltatore o esecutore, quando l’ascolta nel pieno esercizio delle sue funzioni di essere umano.
La musica non è una “cosa”, qualcosa di esterno a me, che influisce su di me, ma sono io stesso, nel momento in cui riesco a mettere in connessione i suoni fra loro e quando avverto ciò che si muove in me in questa dinamica di rapporti, il tutto all’interno di un progetto che diventa sempre più chiaro mano a mano che mi avvicino alla fine del percorso.
La musica è possibile, così, solo in presenza di Spirito, perché è lo Spirito ad essere sullo sfondo di questo evento.
Non tutti ne siamo consapevoli, ma è ciò che avviene sempre quando ascoltiamo o facciamo musica.
Suonare più o meno bene significa riconoscere questa verità e produrre sullo strumento un gesto spontaneo, anche se frutto di un lungo e faticoso percorso, che incarni la giusta direzione.
Non tutti riescono ad accorgersi di questo, perché il sentire comune tende ad identificare i suoni con la musica, a scambiare l’influenza che i suoni hanno su di noi e la relativa attività psichica con l’esercizio della coscienza libera.
In questo contesto di pensiero radicale, l’esperienza musicale può diventare una via di liberazione interiore, vicina al percorso proposto a noi da Marco Guzzi.
Nei gruppi di Marco stiamo facendo, nella parte dedicata all’indagine psicologica, un lavoro di riconsiderazione di tutte le dinamiche relazionali della nostra vita, riconoscendo come in ognuna di esse siano da distinguere gli elementi oggettivi dalle proiezioni nevrotiche della nostra psiche.
Queste proiezioni, identificazioni, o veri fraintendimenti della realtà (male-dizioni come le chiama Marco) impediscono il libero esercizio della nostra coscienza generando disarmonie in noi stessi e nei nostri rapporti interpersonali.
Tornando all’esempio musicale, quando studio un brano musicale, ho di fronte a me due realtà: un progetto ideale, trascritto nello spartito, e i suoni per realizzarlo (l’equivalente di queste due realtà, in ambito edilizio, sono rappresentate dal progetto di un edificio, disegnato da un architetto, e i vari materiali per realizzarlo).
La musica nasce dalla coscienza libera di un musicista capace di trarre da queste due realtà oggettive un vissuto unico e irripetibile.
Dal modo in cui sono disposti i suoni sulla carta, intuisco le linee guida del progetto, mentre dall’ascolto reale percepisco le qualità intrinseche di ogni singolo suono.
Se non riconosco, non so dar giusto peso alle singole necessità dei suoni che accosto fra loro, rischio di perdere la trasparenza del tessuto sonoro, nello stesso tempo, se non avverto il gioco delle tensioni interne alla struttura musicale, e quindi la direzione delle frasi, rischio di creare qualcosa di sterile e statico.
L’atteggiamento di fiducia che riponiamo in questo lavoro è fondamentale per la sua stessa riuscita e può nascere solo da un condizione di coscienza pacificata e in ascolto.
Anche nel lavoro proposto da Marco, con pazienza e determinazione, cerchiamo di intravedere, attraverso la purificazione del nostro vissuto, il progetto trascendente che, giorno per giorno, andiamo a incarnare nella nostra vita, per trattarla come una vera opera musicale, risonante e armoniosa.
L’armonia, infatti, in musica è sempre il risultato dell’equilibrio e dell’integrazione di tutte le tensioni che noi possiamo percepire.
Non quindi un’esperienza di stasi, ma il vissuto dinamico di elementi in opposizione reciproca che, nell’arco evolutivo di un tragitto, accrescono il livello della tensione, oppure la pareggiano, giustificandosi a vicenda, fino a integrarla totalmente al termine del percorso.
Penso che il desiderio più profondo di molti di noi sia: riuscire a rendere la propria vita armoniosa, consapevolmente vissuta, un’esperienza nella quale ogni evento trovi la sua giustificazione come in un mirabile progetto pregno di significato, proprio come la composizione ed esecuzione consapevole di un brano musicale.

 

Mi è nato un figlio.

In questi giorni mi è nato un bambino

In questi giorni freddi, nel cuore dell’inverno, mi è nata una figlia.

E ancora una volta – per la terza volta – assistendo in diretta all’evento, sono rimasto senza parole osservando come la vita meravigliosa possa sbocciare, apparentemente dal nulla. Da un ordine di infinitesimale piccolezza a un essere strutturato, che sin dai suoi primi vagiti manifesta una personalità propria, una attitudine di diversità, un ‘carattere’, una propensione che nessuno sembra possa avergli insegnato.


 

E come sempre, mi sono trovato a fare i conti con l’emozione, ma anche con le ansie per il futuro. Che vita sarà ? Che destino sarà ? Che mondo troverà, e lei, che posto avrà nel mondo ?

Sono sicuro che su questa dicotomia – è gia tutto scritto O siamo noi a decidere quale vita avremo ? – si gioca tutto quello che chiamiamo ‘Spirito del Tempo’. E assai spesso ne abbiamo discusso anche qui a Darsi Pace.

Io sono convinto che la vita, la nostra vita è come una assicella in equilibrio tra queste due verità: ciò che ci viene consegnato, da una parte; e ciò che dobbiamo fare noi, che non è poco.

Ripenso alle parole di Gesù (Lc 11,5),  che mi sembrano mai così chiare come in questo momento:

 “Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!”.

Un padre non darà pietre al posto del pane al proprio figlio.  Un padre farà il suo. Ma poi, sarà il figlio a farsi la sua strada. Sarà il figlio a dover imparare a chiedere. A bussare alla porta giusta.

E, io mi dico, se chiederà, se busserà, se vivrà la sua vita,  lo Spirito si farà trovare.

Fabrizio Falconi.