Archivi per giugno 2009

Primo Mazzolari profeta per il nostro tempo

 

Contributo di Suor Mirella

« Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti » (Paolo VI)

Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della morte di don Primo Mazzolari, prete carismatico e profetico, protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento.

Le sue idee, attualissime anche oggi, anticiparono alcune delle grandi svolte dottrinarie e pastorali del Concilio Vaticano II, in particolare relativamente alla “Chiesa dei poveri”, alla libertà religiosa, al pluralismo, al “dialogo coi lontani”, alla distinzione tra errore ed erranti.


 

Egli tendeva a superare l’idea della Chiesa come ‘società perfetta’ e si confrontava onestamente con le debolezze, le inadempienze e i limiti insiti nella stessa Chiesa; ciò era necessario per poter finalmente presentare il messaggio evangelico anche ai ‘lontani’, a coloro cioè che rifiutavano la fede, magari proprio a causa dei peccati dei cristiani e della Chiesa.

Riteneva che la società italiana fosse da rifondare completamente sul piano morale e culturale, dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri, alla fratellanza.

L’impegno per l’evangelizzazione, la pacificazione, la costruzione di una nuova società più giusta e libera costituirono i cardini del suo impegno dal 1945 in poi. Era convinto che il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai mali del mondo e si fece portatore dell’idea di una vera e propria ‘rivoluzione cristiana’: i cristiani dovevano essere autentica guida della società, a patto di rinnovarsi completamente nella mentalità e nei comportamenti.
Per i suoi numerosi scritti provocatori si guadagnò la fama di prete scomodo e di frontiera e fu sottoposto a numerose limitazioni da parte delle autorità ecclesiastiche. Lui rimase coerente al suo proposito di ‘ubbidire in piedi’, sottomettendosi sempre ai suoi superiori, ma tutelando la propria dignità e la coerenza del proprio sentire.

Con il suo stile ed esempio di vita don Primo ci indica un cammino di educazione alla solidarietà e alla nonviolenza. Riscoprire la sua eredità spirituale,  promuovere la riflessione sull’attualità del suo pensiero, può contribuire a dare nuova vitalità sia alla comunità ecclesiale che alla comunità civile.
Riportiamo di seguito uno scritto inviatoci da Suor Mirella che sul don Mazzolari narratore ha fatto la sua tesi di laurea.
Quando ho messo mano al mio lavoro su Don Primo  Mazzolari ritengo di aver avuto una particolare fortuna, quella di aver  avuto accesso a  tanti importanti documenti allora inediti in particolare al   Diario della giovinezza   che ha accompagnato il periodo della sua formazione seminaristica fino al sacerdozio.

Sette  quadernetti,  redatti con  nitida lucidità , dai quali  già emerge e si staglia quella  eccezionale personalità che troverà espressione nella sua figura di uomo e di sacerdote.
“ Da mamma ho preso l’amore, la sensibilità, la timidezza, la dolcezza…dal padre la fierezza, la lealtà l’orgoglio istintivo di una razza forte…”

E ancora” Ho un cuore che sogna e che sa amare, che conosce gli ardimenti generosi e nobili…un’intelligenza che sa i voli rapidi e forti…”
Ciò che Mazzolari,  ancora giovanissimo, riscontra in sé, con notevole chiaroveggenza, avrà puntuale riscontro nella sua complessa e singolare esistenza di uomo  e, possiamo ben affermarlo,  di “profeta”, se, come di fatto avvenne, le sue intuizioni passarono all’attenzione  del Vaticano II  iniziato, appunto, poco dopo la sua morte.
Quel cuore che “ sa amare” lo porterà talvolta ad eccessi verbali e a dure prese di posizione, incalzati del resto  da  una urgenza interiore sincera ed appassionata.

Affermerà  nel  suo  Testamento redatto durante una pausa punitiva :” Lo  stesso amore mi ha reso straripante e violento…”
L’intelligenza critica, acuta e chiaroveggente di Don Primo, dovrà sempre fare i conti anche con una particolare tendenza onirica che lo porterà anche ad addentrarsi nella produzione letteraria, ma  la sua incontenibile carica  d’amore, la sua passione umana e sacerdotale,  si riverserà sulla Chiesa degli umili, dei poveri,  dei lontani senza misura.

Contestatore intelligente ed acuto accetterà con il medesimo stile incomprensioni, rifiuti, censure ecclesiastiche e angherie governative,  senza tuttavia  scendere a compromessi o deflettere dal suo pensiero,  e a un Vescovo che lo ammonisce dicendogli se non si è mai chiesto perché l’autorità ecclesiastica è sempre in allarme per lui, risponderà:

” E  Lei non si è mai chiesto, come nonostante tante prove  e punizioni e umiliazioni io ho continuato la mia strada?”

Circolano tante definizioni sulla personalità di Mazzolari…profeta obbediente…contestatore per tutte le stagioni…testimone che ha pagato per tutti…naturalmente tutte riduttive a causa della dimensione e qualità di questa eccezionale personalità umana e sacerdotale.

L’invito quindi è,  a conoscere Primo Mazzolari da vicino… a mettersi alla sua scuola che resta comunque per tutti  una scuola d’amore.
 

Darsi Pace: una necessità di sopravvivenza

Darsi Pace: una necessità di sopravvivenza

 


 

Verso una vita illimitata

Verso una vita illimitata

Preparare la mente all’azione

Eupilio (Co) 10-13 luglio 2009

Presentiamo questo nuovo corso ad Eupilio con poche righe, cui poi aggiungeremo un più ampio testo di Padre Antonio Gentili che racconta i dieci anni di lavoro che i Gruppi Darsipace hanno svolto nella Casa di Ritiri Spirituali dei Barnabiti. Eupilio è stata un po’ il grembo di questa nostra esperienza e Antonio Gentili un ospite e un amico che ha saputo sempre accompagnarci con simpatia e fiducia. Ripercorrere questi dieci anni a Eupilio può perciò essere utile anche per comprendere le motivazioni di partenza e gli sviluppi del nostro lavoro.

 

 


Obiettivi e finalità

Il corso si propone di approfondire il significato del lavoro interiore come liberazione per l’azione nel mondo.

Viviamo in una fase storica in cui i moti profondi dell’anima e la rappresentazione dominante del mondo sembrano irrimediabilmente scissi e separati tra loro.

Solo un profondo lavoro interiore, nutrito di autoconoscimento e di pratiche meditative, potrà donarci la forza necessaria per dare un nuovo orientamento non solo alla nostra esistenza, ma alla stessa storia del mondo.

In tal senso risulta urgente una comprensione nuova e una comparazione tra i metodi meditativi di origine orientale e la preghiera cristiana.

 


Dieci anni a Eupilio con Marco Guzzi. I Seminari di ricerca spirituale e cristiana e il sito Darsipace

Dal 1999 Marco Guzzi approda a Eupilio come relatore nella Tregiorni La soglia del Millennio è spirituale, dove svolge il tema: Rileggere il Novecento come secolo apocalittico per capire la scadenza epocale del 2000. L’anno del giubileo, con il titolo Cristo e l’era nuova, in una successiva Tregiorni tenutasi nell’aprile del 2000, Marco mette a fuoco le seguenti tematiche: Dal cuore di pietra al cuore di carne. Incontro esperienziale-riflessivo sul significato mistico e storico del transito millenario in atto e La gioia della nascita dall’alto. La “cresima del mondo” e i suoi ostacoli. Con ciò si pone in evidenza come la posta in gioco del trapasso epocale è costituita dalla conversione del cuore. Si tratta di un tema che verrà ripreso dopo un anno di intervallo, nella Tregiorni dell’aprile del 2002, con il titolo Tempo propizio. L’intento era di illustrare in che senso la drammaticità dell’attuale fase storica può essere vissuta come opportunità di crescita e di rinnovamento. Venivano di conseguenza esaminate le caratteristiche storiche ed esistenziali degli “ultimi tempi” che viviamo.

A questo punto la presenza di Marco si intensifica, strutturandosi in una serie di Seminari dei quali ci basterà indicare la successione cronologica e i diversi argomenti. Nel 2003 venne svolta la tematica La nascita dall’alto. Introduzione ai misteri cristiani per il credente e il non credente del XXI secolo, tematica articolata in tre sessioni: Rivoluzione interiore, rivoluzione del mondo (24-27 aprile); Tornare liberi, tornare immacolati (28 giugno-2 luglio); Dare nuovo inizio al mondo (27-30 dicembre).

I seminari del 2004 svolsero in due sessioni la tematica Imparare ad amare (26-30 giugno; 27-30 dicembre). Nel 2005 fu la volta di Perdono e rivoluzione (Il nuovo inizio: 1-5 luglio; La pace sulla terra: 27-30 dicembre). Nel 2006 venne approfondito il tema per molti aspetti cruciale della percezione di Dio e del suo impatto sull’individuo e la collettività: La Ri-Generazione. Critica e trasformazione delle immagini di Dio, dell’uomo e della società (1-5 luglio; 27-30 dicembre). Siate felici! Alla ricerca del continente gioia costituì il filo conduttore dei seminari del 2007 (11-15 luglio e 27-30 dicembre). Nel 2008 La liberazione dell’amore. La paura e il desiderio di amare (25-29 giugno).

Infine, nell’intento di decentrare i Seminari così da avvantaggiare anche il Centro-Sud, si tiene un unico incontro durante il corrente anno a Eupilio, nei giorni 10-13 luglio, dal titolo: Verso una vita illimitata. Preparare la mente all’azione. Argomento dei singoli incontri/esperienze saranno, nell’ordine: Lavoro interiore e azione nel mondo; La vita spirituale nel tempo messianico: guarire per guarire; Nel grembo del silenzio nasce l’uomo; Yoga e cristianesimo in dialogo per darsi pace; Chi sono io? Chi è Dio in me?

Va sottolineato, in riferimento ai Seminari che abbiamo passato in rapida rassegna, che oltre alla loro specifica dinamica (insegnamenti, meditazioni guidate, lavoro a gruppi, revisioni e scambi comunitari, colloqui privati con Marco, ecc.), contengono un momento iniziale della giornata costituito da una pratica meditativa e da esercizi di scioglimento del corpo e ricarica energetica (con Alessandro Cravera) e un momento senz’altro culminante rappresentato dalla celebrazione eucaristica.

Un insegnamento che si fa esperienza

Questa rapida rassegna mostra all’evidenza lo spessore degli insegnamenti e delle conseguenti esperienze che Marco ha donato alla nostra Casa di ritiri. L’abbinamento tra insegnamenti e esperienze non è casuale, dal momento che l’intento dei Seminari era quello di coinvolgere i partecipanti in un vero e proprio processo trasformativo, che si snoda, come si è accennato poco sopra, su tre livelli: culturale, psicologico e spirituale. L’aspetto culturale ci consente di motivare il processo trasformativo attraverso un’attenta lettura dei “segni dei tempi”, così da percepire sfide e opportunità dell’ora presente. La visione che in questo senso ci viene offerta unisce al più franco realismo una grande speranza e quindi riconduce all’autentico ottimismo cristiano. Unire poi il dato psicologico a quello spirituale consente di promuovere l’integrazione tra due aspetti che spesso configgono tra loro, non senza notare che quando parla di “spirituale” Marco rimanda alla centralità di Cristo e del Vangelo, con un costante e motivato richiamo alle due mense della Parola e del Pane di vita.

«Viviamo oggi un po’ tutti – così si esprime uno dei frequentatori –, in questo tempo di grandi trasformazioni, un disagio esistenziale, una ricerca di senso, una sofferenza dell’anima che non trova spesso parole per esprimersi, spazi di accoglienza per confrontarsi». Uno di questi spazi ha preso corpo nei Seminari e nell’associazione che se ne fa promotrice e che porta il significativo nome di Darsipace. Il sito Darsipace che ne è l’espressione, «vuol creare sinergia tra persone in ricerca, in cammino verso l’integrazione e la pace del cuore; vuol essere luogo di riflessione, di accoglienza e di ascolto, luogo di dialogo e condivisione delle fatiche del cammino ma anche dei sogni e delle speranze che nutriamo nel cuore».

Tra tutti gli argomenti messi a fuoco, vorrei sottolineare la centralità di quello su Dio. «In questi decenni si stanno modificando tutte le nostre concezioni intorno a Dio e all’essenza dell’Uomo», si legge nel sito appena citato. «Risulta perciò determinante comprendere che a ogni immagine di Dio che ci facciamo, compresa quella ateistica, corrisponde una forma di umanità che sviluppiamo in noi, e anche una modalità di relazione sociale». Per cui è indispensabile rintracciare «quali immagini, anche inconsce, di Dio ci blocchino nel nostro processo di liberazione e ci mantengano in uno stato di paura e di soggezione. La nuova umanità, che a fatica sta emergendo sul pianeta terra, fiorisce e si rafforza soltanto se ci affidiamo all’amore incondizionato di un Dio che è in noi». In riferimento alle diverse percezioni di Dio e agli esiti strutturanti o destrutturati che rivestono in ordine alla psiche umana, è di indubbio interesse uno dei testi della collana che citeremo poco sotto. Si tratta di Marie Balmary, Il monaco e la psicanalista, del 2008. Fra l’altro vi si legge una curiosa annotazione: il Dio che chiede ad Abramo il sacrificio del figlio è chiamato “Eloim” (nome generico delle divinità anche pagane…), mentre il Dio che ne ferma la mano è YHWH, il Dio autorivelatosi sul Sinai. Come a dire che il Dio pagano chiede vittime umane come prezzo dell’alleanza, mentre il Dio biblico (e quindi quello cristiano…) le risparmia, assumendo con Cristo (di cui Isacco è il simbolo) l’istanza sacrificale che è il comune denominatore di tutte le religioni.

Ma torniamo a Marco Guzzi. Dal 2004
dirige presso le Edizioni Paoline la collana “Crocevia” della quale sono usciti finora dieci volumi che raccolgono le tematiche suesposte (in particolare Darsi pace. Un manuale di liberazione interiore e Per donarsi. Un manuale di guarigione profonda), ma anche contributi offerti da diversi autori che risultano di non poco interesse relativamente alla svolta epocale in atto e alle varie voci che se ne fanno interpreti. Tra di essi La nuova umanità. Un progetto politico e spirituale e due testi che mettono a fuoco il rapporto tra buddismo e cristianesimo (La scelta che non esclude) e tra Yoga e preghiera cristiana, dove Marco riprende in sintesi quei Percorsi di liberazione interiore affrontati nelle prime due opere che abbiamo citato. Come dire che, se vogliamo avere una visione d’insieme di insegnamenti e di esperienze coniugati fra loro, possiamo cominciare da quest’ultima pubblicazione.

Antonio Gentili

 

 

Piccoli passi di sapienza feriale


Tre passi:
l’indugio o del contemplare, il saper raccogliere ed ascoltare

Parto dal raccogliere e attraverso l’indugio arriverò all’ascolto.
Non ho aspirapolvere. In una piccola casa posso permettermi il lusso di usare ancora scopa, paletta, panni di lana o i più moderni attira polvere.
So bene cosa vuol dire raccogliere.
Potrei zoomare ogni singolo gesto.
So bene che richiede pazienza, fatica, piegarsi.
Piccoli gesti ripetuti affinché alla paletta non sfugga un grano di polvere, ed il passare e ripassare il panno perché l’invisibile venga catturato e si renda visibile attaccato al panno.


Anche per gli invisibili strati di polvere e acari del nostro mondo interiore occorrerebbe la stessa attenzione.

A quale panno si renderanno visibili e con quanto chinarsi s’aggrumeranno per rivelarci ciò che occorre buttare via inesorabilmente e ciò che può essere riciclato e reso utilizzabile dal laboratorio creativo della sobrietà del cuore?
C’è un piegarsi della testa e del tronco.
C’è un orientare lo sguardo in basso, dentro, a fondo.
C’è un chinarsi e non rifiutare di vedere ciò che va radunato e raccolto con la paletta umile della compassione.

Noi siamo anche questo: esseri con scorie del corpo e dell’animo, esseri che lasciano traccia di sé con ciò che da sé si sfoglia, si stacca…
E non tutte le tracce sono sottoponibili a riciclaggio: qualcosa andrà nella rumenta, qualcosa bruciato.

Ma raccogliere vuol dire anche ri-accogliere.
Accogliere di nuovo.
Accogliere ancora.
Se non è una ripetizione nevrotica, è un esercizio di speranza.

Ci sono cose dimenticate che, quando riaffiorano, vanno ri-accolte.
Accolte un’altra volta, ma con gli occhi di oggi.
Accolte e rilette per vedere cosa farne o per capire ancora qualcosa di noi.
Ci sono cose tralasciate che, una volta di nuovo sotto i nostri occhi, vanno ri-prese.
Guardate e riprese.
Soprattutto quei brandelli che giungono dall’infanzia vanno accolti come fuoco per la fucina d’ogni nostra piccola o grande trasformazione.

Questo passo del raccogliere giocato nel dentro, fra i muri di casa, e dentro la casa del sé è una sorta di apprendistato continuo a stare dentro la vita, dentro le cose, dentro le relazioni.
Antidoti alla fuga.

C’è una collega, accanto a me, che indugia sovente.
Ed io sovente ho la tentazione di fare al suo posto o di sbrigarmela dicendole cosa c’è da fare.
Per fortuna non sempre cedo a quella tentazione e ogni tanto mi fermo pure io e sto a vedere dove porta l’indugiare.

E’ una fine arte di oscillazione  l’indugio: una sorta di sospensione dell’agire e del dire, in cui  possiamo fare come l’equilibrista che  trova il punto giusto per non cadere  tastando l’aria con le braccia, a est e a ovest.
Se si indugia in silenzio si evita di dire la prima sciocchezza che ci frulla in testa.
Se si indugia rallentando il passo, quasi per rivedere la direzione dei passi compiuti o per approcciare i primi passi avanti, si evita di calpestare qualcosa o qualcuno che è lì prossimo a noi.
Si indugia  con lo sguardo e si può vedere più a fondo, più lontano.
Si indugia nel decidere e con pacatezza  si da il tempo che altre possibilità ci vengano incontro, possibilità insolite là dove avremmo visto le solite due opposte l’una all’altra.
Se si indugia nel dialogo non ci si appropria degli spazi altrui e si ascolta davvero:
quasi ci si ritrae un poco per abitare il dentro delle parole nostre e dell’altro.

Si indugia per trovare i modi della restituzione e per cogliere i tempi del dire grazie.
L’indugio è come se facesse vedere a fondo partendo dal dubitare, e non permettesse al dubitare di inacidirci, indurirci, bloccarci.
E’ una virtù vestibolare e delle soglie, ci porta a un passo da ciò che è importante e ce ne fa  percepire l’atmosfera.
E’ benefica se si fidanza con l’attenzione e non ci lascia preda del tentennare.

Ed è anche attraverso l’indugiare attento che le orecchie sanno farsi più grandi  e cave per ascoltare i gemiti e i mormorii sotto la pelle del mondo, degli uomini e delle donne che ci camminano accanto.
Ascoltare i giorni , le persone, le cose e non genericamente.
Ascoltare ciò che porta  questo giorno, questa persona, questa cosa.
E così ascoltare è un po’ come leggere tra le righe, tra le pieghe.
Ascoltare i processi in noi verso la semplicità e leggerne il ritmo.
Ascoltare i desideri e leggerne i sentieri per sperare di discernerli con i tre fili della compassione, dell’amore per il vero e dell’affidamento alle viscere d’amore di chi sa amare noi più di noi.
Non c’è nulla di bello e buono che vive fuori di noi che non entri in noi se non con l’ascolto; e nulla che seminato arrivi a fioritura.
Se c’è una preghiera che oso fare con insistenza è quella di imparare un poco a saper ascoltare.
Quando ci riesco mi sembra d’essere appoggiata ad un poggiolo e il panorama non è mai banale.

Europa: dove stai andando?

Massimo Cerofolini intervista Marco Guzzi sulla crisi dell’identità europea:

http://www.radio.rai.it/radio1/radioeuropa/view.cfm?Q_EV_ID=289459

(scarica)

Il 57% degli europei non è andato a votare, manifestando in modo inequivocabile che i popoli europei non apprezzano questa Europa, non si riconoscono in essa, e non considerano importanti le sue istituzioni.


 

Lo sapevamo già, ma indubbiamente questi dati ci danno una conferma eclatante del netto rifiuto popolare di questa Europa.

Un ceto politico responsabile non si occuperebbe di altro.

Noi invece discutiamo del “trionfo” di Di Pietro e dello 0,5 in più dell’UDC.

Questioni di capitale importanza, come è evidente.

La cosa non è diversa  nella Spagna di Zapatero o nell’Inghilterra di Gordon Brown.

L’Europa, come idea, come progetto, come sogno, declina, si affloscia, e si eclissa insieme alle classi dirigenti che produce.

Robert Schuman, uno dei fondatori della Comunità Europea, il 19 marzo del 1958, di fronte al primo parlamento europeo sostenne con forza che l’Europa è interamente permeata di civiltà cristiana, e che essa “è l’anima dell’Europa che occorre ridarle”.

Uno studio abbastanza recente del Pew Reserch Center ci dice che alla domanda se la religione abbia rilevanza nella propria vita risponde sì soltanto il 33% degli Inglesi, il 27% degli Italiani, e addirittura l’11% dei Francesi.

Percentuali per certi versi analoghe a quelle dei votanti alle elezioni europee.

La crisi dell’idea di Europa si radica nella crisi della sua fede cristiana?

Io penso di sì, e penso perciò anche che il progetto europeo troverà la forza di un nuovo slancio politico solo quando la cultura ebraico-cristiana occidentale avrà trovato nuove forme e nuovi linguaggi in cui esprimersi e manifestarsi.

Non si tratta, sia ben chiaro, di rivendicare le vecchie radici cristiane, ma di dare vita a nuovi frutti da questo albero rinsecchito e smorto.

Non si tratta di imporre simboli o di alzare altre bandiere crociate, ma di comprendere le cause di una crisi spirituale e culturale che ha origini lontane, che coinvolge tutti i secoli del conflitto tra Chiesa cattolica e modernità, e che ci apre proprio adesso a immensi processi di revisione e di conversione, a  inedite sintesi creative.

Per cui non è certo l’attuale Partito Popolare con la sua assoluta maggioranza di 265 seggi al parlamento europeo, tanto vasta quanto indeterminata e in fondo imbarazzante nei suoi valori comuni così simili a quelli trionfanti in questo mondo, il possibile protagonista di un rilancio teologico-politico dell’Europa. Prima dobbiamo ritrovare l’essenza messianica del nostro cristianesimo annacquato. Prima dobbiamo cioè comprendere in modo inedito che cosa intendiamo, sul piano storico e politico, quando annunciamo l’avvento di un mondo nuovo, di una nuova umanità, di un ordine divino che viene a confutare e a distruggere gli ordinamenti omicidi di questo mondo.

Oggi anche un laico radicale come Habermas, che vorrebbe riportare tutto il sistema giuridico liberaldemocratico ad una razionalità procedurale e dialogica, ammette che l’intero pensiero politico moderno deriva dall’etica ebraica della giustizia e da quella cristiana dell’amore, e che “a tutt’oggi non disponiamo di opzioni alternative. Anche di fronte alle sfide attuali della costellazione postnazionale continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne”.

Questo però è ovvio.

Ma il problema è un altro, ed è ben più arduo da affrontare: questa tradizione ebraico-cristiana che ha alimentato e ispirato tutta la modernità, come può esprimersi oggi, in questa fase di esaurimento di un intero ciclo storico? Come può l’ispirazione messianica rinnovare il progetto democratico moderno alla fine di un mondo?

Purtroppo il pensiero europeo non è più e al contempo non è ancora capace di pensare a questo livello di radicalità.

Ma presto temo che saremo costretti a farlo.

Ivan Illich, uno dei pochi pensatori originali degli ultimi decenni, poco prima di morire diceva: “Io non credo che questo sia un mondo postcristiano. Sarebbe consolatorio. Credo che sia un mondo – è così difficile da pronunciare – apocalittico”.

Mi chiedo: che tipo di uomo politico potrà porsi alla guida di un tempo apocalittico?

Che tipo di formazione o partito politico è adeguato ad un tempo finale/iniziale?

Domande troppo future? Chi sa…

E` giusto farsi domande?


Ultimamente mi sono trovata a dialogare con alcune persone care riguardo la fede in Dio. In tale occasione ho espresso come, nonostante la mia ferma convinzione della esistenza di Dio, io non smetta mai di farmi domande riguardo la Sua figura e quella di Gesù.


Non ho dubbi come già detto riguardo la loro presenza, la reincarnazione di Gesù e la Sua Resurrezione, piuttosto mi assilla il pensare che la sofferenza dell’umanità sia in qualche modo legata alla onnipotenza di questo Dio, che io identifico con Amore puro, pertanto non lo credo capace di causare dolore se pur, come mi è stato risposto, per il nostro bene. Infine alcune delle persone, con cui ero in compagnia, hanno espresso la convinzione  che “se si ha fede non ci si deve chiedere nulla”.  

Di fronte a tale posizione, cioè di chi ha una fede così ferrea per cui non ha bisogno di farsi domande di alcun genere a riguardo, io mi sento spesso in difficoltà, mi trovo inadeguata.

Raccontando il giorno dopo a mia figlia l’accaduto mi ha risposto” Sai mamma anche il nostro prof. di religione (adorato dai ragazzi) ci ha chiesto se era giusto farsi domande su Dio. La maggior parte di noi ha risposto di no, che bastava aver fede, credendo di incontrare la sua approvazione, ma lui ci ha confidato che non è dello stesso parere e nel suo caso se non si fosse posto delle domande forse non si sarebbe fatto prete”.

Questo mi ha fatto riflettere arrivando alla conclusione che, forse, una fede più viva e più profonda sia proprio quella un po’ travagliata, in cui la persona lascia lo spazio a qualche dubbio ed è comunque spinta alla ricerca continua, alla riflessione, allo studio approfondito delle Scritture per capirne di più.
Ciò probabilmente, con una particolare disponibilità all’ascolto, può arricchire il proprio Spirito in un modo tale che la sola fede cieca non può fare.

 

Gabriella

Intervista a Marco Guzzi su Radio Europa

Intervista a Marco Guzzi su Radio Europa

http://www.radio.rai.it/radio1/radioeuropa/view.cfm?Q_EV_ID=289459


Terza Meditazione: Chi sono io nel perfetto perdono

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Assumiamo una posizione comoda, eretta, e rilassata, e lasciamo che la serena attenzione al respiro plachi progressivamente il rumoreggiare dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Accompagniamo, come di consueto, l’inspiro con l’attitudine interiore del sorriso, e l’espiro con quella dell’abbandonarci: sorrido/ mi abbandono. Non lasciamo che queste restino semplici parole automaticamente ripetute, bensì rilanciamo ad ogni inspiro la nostra disposizione al sorriso accogliente, alla dilatazione interiore, e ad ogni espiro abbandoniamoci un po’ di più nel nostro abbandonarci, nel nostro non trattenere, nel nostro lasciar andare, lasciar scorrere via.


 Procediamo serenamente per alcuni minuti, gustandoci il senso di pace, di stabilità, e di discesa nel presente, che andrà crescendo dentro di noi. Sorrido/mi abbandono: questo è un momento meraviglioso. Più mi abbandonerò, cedendo nelle mie resistenze, nella mia volontà di controllo, e più la percezione del presente diventerà concreta e gioiosa, ed io sperimenterò la bellezza della mia intrinseca infinità. Questo momento, che mi apre al mistero del presente non più condizionato, è cioè davvero meraviglioso in quanto in esso io esperimento la mia infinità, la mia apertura all’infinito, e quindi la mia autentica libertà: io sono felice qui, in questo stato, perché sono aperto all’infinito, e perciò sono libero, non più chiuso, non più de-finito dal mio passato, sono felice perché sono uscito dalla prigione del mio io ego-centrato, fatto di forzature, mascheramenti, e paure e rabbie e odio.

 Gustiamoci appieno la nostra libertà, il mistero del nostro essere soggetti incondizionati, e apriamoci alla comprensione che questo significa che nel profondo del nostro essere abita la fonte stessa della nostra infinità: Dio cioè dimora in me, è con noi: Immanu’El: ed è in noi come Fonte dell’eterna ri-creazione: in questo momento Dio effonde in me la sua Potenza creatrice, la sua Parola, che assume la mia umanità con tutte le sue distorsioni, e la trans-figura. In questo momento meraviglioso Dio pro-crea in me, se io lo desidero e ci credo, il mio Salvatore: Gesù.

 Lasciamo che questi stati interiori fioriscano dentro di noi, si consolidino, e diventino esperienza: il senso della libertà, l’apertura all’infinito, la percezione dell’infinità di Dio presente dentro di noi, la creazione in atto della mia nuova umanità come generazione di Gesù, e rivolgiamoci poi direttamente a questo Dio-Uomo che ci salva, chiedendogli ciò che in quel momento sentiremo come più necessario al nostro progresso spirituale: “Signore Gesù, principio vivente della mia umanità trasfigurata, tu sei la luce del mio pensiero, illuminami fino in fondo.”

 Quando la comunione con lo Spirito del Cristo Vivente sarà sufficientemente rinforzata, gli chiederemo di scendere con noi nelle nostre aree più oscure per illuminarle e integrarle nella nostra nuova identità: “Con la luce della tua luce, Signore, guarda tutto ciò che in me ancora resiste alla tua grazia, al tuo perdono. Illumina e fammi vedere tutto ciò che in me è ancora vincolato alle catene di questo mondo”. E con l’aiuto dello Spirito di Gesù, Vero Dio e Vero Uomo, ogni giorno potremo osservare sempre meglio tutti i nostri mascheramenti, tutte le nostre paure, tutti i nostri rancori, tutto ciò cioè che ancora non è pienamente umano, fino a percepire quel punto di scissione, quella ferita arcaica che ognuno ha nel più profondo abisso del cuore, come segno del mistero della separazione originaria dalla fonte stessa della vita, e fonte di tutti i nostri mali.

 E proprio da lì, da quello stato di impotenza e di abbandono, invocheremo con più forza la grazia della salvezza: “Colma, Signore Gesù, con la potenza della tua umanità anche questo baratro di morte e di disperazione. Tu sei il perdono. Tu sei la remissione di tutti i peccati del mondo. Tu sei la frantumazione del peccato, dell’antica scissione che ancora ci ferisce e ci dis-integra. In comunione con te, Signore, io sono del tutto perdonato, ricreato. Io sono santo. Io sono Uno, in comunione con tutti. Lascia che io goda senza fine questa inaudita integrità. Lascia che io comprenda il miracolo della mia eternità. Lascia che io esperimenti con tutto il mio essere il mistero del perdono come liberazione dalle catene della morte e come vera pace: vita che si rinnova in me: creazione che pro-creo con Dio.”

 Gustiamo senza fretta alcuna la nostra santità, il nostro essere figli di Dio, generati proprio adesso dal nostro vero Genitore, e sentiamo che in questo stato siamo davvero noi stessi: “Signore solo in te io sono me stesso: Io in Te e Tu in me, per sempre. Questa è la vita eterna, la mia eterna gioia.” E proviamo magari a vederci in questa nostra identità divinizzata e compiuta. Proviamo a vedere chi siamo in questa comunione con Dio. Che cosa siamo chiamati a fare, a donare, ad offrire ai nostri fratelli. Proviamo a chiedere allo Spirito che ci illumini sulla nostra specifica missione su questa terra.

 Anche in questa pratica di preghiera è importante che i singoli passaggi vengano realizzati, lasciando che lo Spirito ci aiuti a capire dove soffermarci di più. Per maggiore chiarezza riportiamo i passaggi già delineati precedentemente ed aggiungiamo quelli che completano la pratica:

1. sorrido (inspiro): apertura, dilatazione interiore, accoglienza/ mi abbandono (espiro): non trattengo, lascio andare;

2. sorrido/accolgo con simpatia e poi abbandono ogni specifico oggetto di pensiero o emozione che sorga dentro di me;

3. così scendo sempre più intensamente nel presente: questo è un momento meraviglioso;

4. nesso tra abbandono interiore e pacificazione; e nesso tra abbandono ed esperienza del presente (realizzo quali resistenze o pensieri automatici mi trattengano dall’abbandonarmi un po’ di più);

5. questo è un momento meraviglioso perché qui, in esso, io sono libero; e sono libero in quanto io sono aperto all’infinito;

6. io sono in tal senso un essere spirituale (che trascende i limiti di questo mondo) in un mondo dello Spirito: nesso tra essere uno spirito ed essere libero;

7. la fonte dell’infinito è in me e adesso si fa umanità in me e mi trans-figura, mi salva: Signore Gesù! Entro in relazione con il Principio vivente della nuova ed eterna Alleanza;

8. mi rivolgo con tutto il cuore al Signore chiedendogli luce (e tutto ciò di cui in quel momento sento il maggior bisogno), e rafforzando nel dialogo con lui la comunione con il suo Spirito;

9. in comunione con il Signore della Luce scenderò poi a vedere meglio tutto ciò che in me resiste ad abbandonarsi del tutto alla potenza del ricominciamento: osserverò i mascheramenti, le falsità, l’odio, e le paure che mi abitano;

10. giunto nel punto della mia profondissima scissione, nel baratro della mia disperazione e impotenza, invocherò con tutto il cuore l’aiuto e la salvezza;

11. in quell’abisso accoglierò la grazia del perfetto perdono, godendo della mia integrazione: in te, Signore, io sono Uno, Uno in comunione con tutti;

in te, Signore, io sono me stesso: Io in Te, e Tu in me: questa è la vita eterna: mi vedo, Signore, in questa luce, vedo chi sono io nella mia perfetta integrazione: lo Spirito illumina i tratti della mia missione.
 

Quando l’anima piange

 


La mia anima piange.

Perché piangi anima mia?

Racconta

un distacco

un’antica ferita

nuove ferite

la fredda oscurità che tiene legati.


 

Come consolarti anima mia?

Rimani in silenzio

Ascolta

 

Mi conduce al silenzio, di tutto.

Luce  d’amore.

I nodi dissolti.

Conosco chi sono

e la parola fluisce

e canto la gioia

danzo la pace.

 

Il pianto dell’anima è un dolore indicibile, senza fine, che diventa più forte e accorato se non viene ascoltato, come il pianto di un bambino.

Non solo la mia anima piange. L’umanità intera piange accorata lacrime asciutte, senza parole, e non trova consol-azione ma solo rumore, evasione, disper-azione.

La sofferenza si manifesta nel corpo e nella mente, ma è l’anima che piange e chiede risposta ai suoi bisogni.  La sofferenza, dice Jung, è un richiamo dell’anima.

Ma………. chi ascolta oggi il pianto dell’anima? Chi ne  comprende i bisogni? chi la consola?  Chi l’aiuta a realizzare  la sua insostituibile missione?

L’anima si nutre di silenzio, luce, verità, amorosa intimità, e piange disperata-mente perché muore di fame.  Restare sordi al pianto dell’anima conduce alla morte e una cultura di morte oggi regna sovrana.

Gli atti di ‘ordinaria follia’ che la cronaca ogni giorno registra sono il grido disperato dell’anima che muore di fame. L’aumento di questi atti ci fa comprendere che lo stato di alien-azione in cui viviamo non è più compatibile con il grado di sviluppo richiesto all’anima umana. Vivere in maniera scissa, paranoide, inconsapevole di sé, provoca ora un dolore intollerabile, rende folli, e le personalità più fragili ‘agiscono’ una follia che in realtà appartiene a tutti.

Riconoscere  l’ombra, l’abisso di male che ci abita dentro, ritirare le proiezioni che ne abbiamo fatto sugli altri, integrare le parti scisse, è un processo terribilmente doloroso che si esprime in sintomi depressivi.  La depressione,  male oscuro della nostra epoca, esprime un livello di maggiore integrazione e consapevolezza di sé: è il momento in cui, cadute le illusioni e le maschere,  si incontra la verità di se stessi.

Questo passaggio da una fase che potremmo chiamare schizoparanoide ad una fase depressiva è quello  richiesto oggi all’umanità, sia a livello personale che a livello collettivo:  passaggio da uno stato di dis-integrazione e scissione ad uno stato di integrazione e unità. La grande depressione economica che stiamo vivendo rappresenta un momento di dolorosa consapevolezza delle  false costruzioni della finanza.  Tutte le impalcature fondate sul nulla  stanno rovinosamente crollando fuori e dentro di noi.

Tuttavia il tunnel buio della depressione non è fine a se stesso, ma può diventare, se ci lasciamo portare, una via di luce che ci riporta a ‘casa’, al luogo di amore e di pace dove finalmente conosciamo chi siamo. La depressione, come fase di rientro in sé,  corrisponde al bisogno di verità dell’anima umana. L’esperienza di essere  amati nella verità di ciò che si è restituisce all’anima la sua originaria integrità e la gioia e la pace.

Resistere a questo processo evolutivo, cercare di sopprimere il sintomo depressivo senza ascoltare il pianto dell’anima,  i suoi bisogni di luce, amore, verità, aggrava il mal-essere dell’anima umana e il pianto  si fa più accorato.

L’umanità non è lasciata sola in questo difficile passaggio.

“Dopo questo,

io effonderò il mio spirito

sopra ogni uomo

e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;

i vostri anziani faranno sogni,

i vostri giovani  avranno visioni.

Anche sopra gli schiavi e sulle schiave,

in quei giorni,

effonderò il mio spirito.” (Gioele 3,1-3)

Questo è il tempo! Una enorme corrente di energia creativa preme per esprimersi e chiede di essere riconosciuta, accolta, incanalata.

Se ignorata, soffocata, sviata, provoca all’anima una sofferenza indicibile e genera contro-figuazioni sataniche terribilmente distruttive perché le energie che devono esplodere e creare nuova vita implodono seminando distruzione e morte.

Occorrono oggi guide esperte che abbiano attraversato la ‘grande depressione’ e ascoltato il pianto dell’anima; guide che facciano da levatrici, che accolgano le energie del nascente e ne  incoraggino lo sviluppo perché la ‘parola’ che è venuto a portare fiorisca pienamente e produca i suoi frutti.

Occorrono cliniche dell’anima dotate di sala parto e di reparti di cura, ed anche di Pronto Soccorso per gli interventi di urgenza.

I gruppi Darsi Pace sono una piccola, umile risposta al pianto dell’anima.

Nel gruppo acquisto consapevolezza di ciò che ancora mi tiene in catene e imparo e sciogliere i nodi; acquisto consapevolezza della ‘parola’ che mi è stata affidata e imparo ad esprimerla in ambiente protetto;  faccio esperienza di ri-nascere ogni volta  assistita in un luogo sicuro.

Un grazie di cuore a Marco e a tutti gli amici dei gruppi, a tutti gli operatori della clinica dell’anima.

 

Chiesa e animali

 

uomo che gioca con un cane
C’è spazio nella Chiesa cattolica per gli animalisti?
E perchè chi ama gli animali è in genere guardato con sospetto dai credenti al punto che spesso deve ricorrere ad altre culture o religioni per coltivare un corretto e pacifico rapporto con i non-umani?


 

Quante discussioni per sapere se è meglio proteggere gli orfani di guerra e i bambini percossi dai genitori nei tuguri urbani oppure i cuccioli di foca sgozzati vivi sulla banchisa o gli orsi che impazziscono nei giardini zoologici!

Come ha potuto la coscienza cristiana, la coscienza umana, crearsi simili dilemmi? Tutto è da scegliere, tutto è da fare. Nessun essere fra quanti soffrono e muoiono deve essere escluso.
Se prima vengono gli uomini, quando verrà mai il tempo degli animali?

Grazie a Dio non sono più le religioni a decidere cosa si debba sentire e per chi e con quale intensità e in quale ordine, e sempre grazie a Dio non siamo noi “animalisti” a darci certe sensibilità piuttosto che altre, al più a noi spetta il difficile compito di non sprecarle. E questo perché “lo Spirito soffia dove vuole…” (Gv 3,8).

Se anche per assurdo ci fosse chi sente soltanto la tristezza del ramo che si secca e intervenisse per salvare la pianta, non avrebbe già fatto qualcosa per l’uomo?

E se avvertisse soltanto la tristezza della bestia malata e desiderasse intervenire in suo soccorso, non avrebbe reso il mondo più umano, anche senza aver fatto nulla per l’uomo?

Non si muovono, animalisti e ambientalisti, contro quelle stesse logiche utilitaristiche e consumistiche, intese solo alla massimizzazione dei profitti e del benessere immediato e materiale (penso agli allevamenti intensivi, alla caccia, alla vivisezione…), che ogni buon cristiano dice di disprezzare?

Mi chiedo: riusciremo mai a superare i pregiudizi specisti e ad entrare davvero in reciprocità armonica con quelle creature non-umane che Francesco da Assisi chiamava “i nostri fratelli minori”?

Approderemo finalmente a comprendere che l’essere fatti ad immagine di Dio comporta il più alto esercizio della responsabilità? Che solo in questa luce il nostro “dominio” sugli animali e sulla natura deve essere inteso? Che esclusivamente nella solidarietà responsabile consiste lo speciale “valore” degli uomini? (Mt 10,31/12,12).

Io voglio provarci, esercitandomi alla conoscenza degli esseri, per imparare la contemplazione della natura, per avere lo stesso sguardo di Gesù quando osservava gli uccelli dell’aria, la chioccia che raduna i pulcini, le piante da frutto messaggere dell’estate, i gigli dei campi più eleganti di Salomone…

Sono certo che quando i miei occhi non saranno più ostruiti dalla consuetudine di un sonnolente antropocentrismo di maniera, apparentemente molto pio e devoto e perciò difficilissimo da scardinare, tutto mi apparirà come opera di Dio, in relazione con lui, al di là di ogni pretestuosa differenziazione di specie.

Saluti a tutti.

Franco Lamensa