Seconda Meditazione: il mio io è aperto all’infinito

 
{mp3}meditazioni-02{/mp3}

 

Ora avviamo la nostra seconda meditazione, seguendo i medesimi passi iniziali indicati già nella prima. Qui noi non li ripeteremo con la stessa precisione, ma è necessario riattraversare ogni volta i singoli stadi del processo meditativo, realizzandoli nella loro successione organica. Dobbiamo cioè imparare a distinguere con cura la rappresentazione puramente mentale di questi stati dalla loro realizzazione concreta come progressiva mutazione della nostra forma mentis.

 

 Siete inoltre chiamati ad esercitarvi in modo accurato e al contempo non rigido, a seguire cioè bene le indicazioni, ma poi ad appropriarvene, e cioè a personalizzare l’esperienza, comprendendo sempre meglio quali siano i punti forti, i passaggi determinanti della pratica, quegli stadi appunto da realizzare uno dopo l’altro, e che via via vi saranno comunque segnalati.

  Associamo dunque alla consapevolezza del movimento fisico dell’inspiro l’attitudine interiore del sorridere, e alla consapevolezza del movimento fisico dell’espiro l’attitudine interiore dell’abbandonarci, lasciando che la quiete interiore si espanda progressivamente e attenui la ressa dei pensieri e delle emozioni. Quando l’acqua del lago del nostro cuore si sarà sufficientemente calmata, sosteremo per un po’ nel lasciar emergere ciò che dalle nostre profondità vorrà venire fuori. Quando emergerà qualche cosa, qualunque cosa (un’emozione, un’immagine, un pensiero, un disturbo, un ricordo), la riconosceremo con cura sorridendole benevolmente, e poi la lasceremo andare. Quando non emergerà nessun oggetto interiore, torneremo ad approfondire il sorriso accogliente nell’inspiro, e l’abbandono fiducioso nell’espiro, rendendoli ogni volta più veri e più personali. E’ chiaro che a volte dovremo sostare molto a lungo in questo stadio della meditazione, se avremo a che fare con emozioni o pensieri molto invadenti; altre volte invece potremo rapidamente passare oltre. E’ proprio questa libertà, questo ascolto libero dei moti interni della nostra anima una delle principali acquisizioni che dovremo sviluppare nel nostro lavoro.
  Quando questo duplice movimento sarà stato sufficientemente realizzato, potremo incominciare a sperimentare in tutta la sua bellezza il momento in cui ogni volta riusciamo a lasciare andare uno specifico pensiero o una precisa emozione che emergano automatica-mente in noi. Ogni volta che li abbandoniamo sorridendo sentiamo espandersi dentro di noi un delicatissimo sollievo, e potremo esclamare con tutto il nostro cuore: questo è un momento meraviglioso. Continuiamo però sempre a tornare al nostro esercizio di base: sorridiamo e ci abbandoniamo, e preferibilmente nella piccola pausa che si produce alla fine di ogni espiro, ma anche con grande scioltezza, concediamoci di sentire che questo qui è veramente un momento meraviglioso. Più procediamo nell’abbandonarci interiormente e nell’abbandonare ogni pensiero o emozione o resistenza che emerga in noi, e più riusciamo a scendere nel presente. Sono i nostri pensieri automatici cioè, quelli che non sono io a decidere di pensare, ma che anzi costringono il mio io dentro i loro labirinti e a volte lo violentano, che mi impediscono di sperimentare questo momento qui, questo mio presente in tutta la sua bellezza. Per cui, più riesco a lasciar andare, a non fare miei, a non identificarmi con questi pensieri, più posso uscire nello spazio infinito del presente e goderne. Realizziamo bene perciò che ogni pensiero automatico mi separa, mi aliena, mi allontana dal mio presente e dalla sua pace. In questa fase potremo individuare ogni giorno di più quali forme di resistenza e di "messa a distanza dalla vita" siamo abituati ad utilizzare isolandoci dagli altri e separandoci nelle angustie del nostro io recluso.
  Sorrido dunque, e mi abbandono, sull’onda del respiro, e così sperimento sempre più intensamente che questo qui è veramente un momento meraviglioso. Realizziamo adesso ancora meglio, procedendo nel nostro esercizio, il nesso strettissimo che c’è tra abbandono interiore e godimento della pace, e tra abbandono interiore e discesa nel presente. Più mi abbandono, e più mi sembrerà, in un certo senso, di uscire da me stesso, o di risvegliarmi in uno spazio libero, in cui veramente incomincio a sentire che questo, proprio questo momento qui, è meraviglioso, è completo, lo posso abitare con un senso inusuale di agio, di benessere, e di familiarità. E’ come se stessi finalmente a casa mia.
  Continuiamo sempre a tornare al ritmo respiratorio del sorrido/mi abbandono ogni volta che insorga una qualsiasi forma di distrazione, e poi procediamo nella nostra meditazione realizzando che la bellezza di questo presente, l’intensità della pace che si espande in me, dipende dal fatto che in esso io mi sento libero. Più esco cioè dalle strutture condizionate del mio vecchio io, più fuori-esco nel presente, e più io sono libero, e perciò mi sento davvero felice. Lasciamo che il nostro vero io fuoriesca sempre più integralmente dalle sue prigionie, dagli specchi deformanti dei suoi pensieri automatici, ritornando ogni volta a scioglierne l’apparente perentorietà sorridendo nell’inspiro al loro comparire e abbandonandoli espirando nel loro progressivo svanire. Lasciamoci fuoriuscire nella nostra libertà. E proviamo lenta-mente a realizzare questo pensiero: io sono libero in quanto qui, in questo presente, io sono aperto all’infinito.
  Più ci concederemo di essere liberi in questo presente, abbandonandoci in esso, e sciogliendo via via le diverse resistenze che insorgeranno a trattenerci, e più comprenderemo che la nostra libertà è determinata dal fatto che noi siamo intrinsecamente aperti all’infinito: il mio io, cioè, la mia vera identità, è in se stessa e come tale apertura all’infinito: l’infinito è dentro di me e mi costituisce nella mia identità. Essere un io umano significa proprio questo: essere un soggetto sostanziato di infinito e perciò libero, e realizzare questa verità è davvero meraviglioso.
  Questa progressiva realizzazione della più profonda verità del nostro io ci lascia sperimentare almeno in parte la realtà del mondo dello spirito. Noi percepiamo cioè di essere aperti all’infinito, di non essere determinati dai nostri limiti materiali, ma di trascenderli libera-mente, e cioè appunto che il nostro io vero è uno spirito in un mondo dello Spirito, tutto da sperimentare d’altronde e da comprendere nelle sue leggi che sono poi all’origine anche di tutto ciò che appare nel mondo fisico. In tal senso san Paolo può scrivere: "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio"(Rm 8,16). Ci rivela cioè chi siamo. E sperimentiamo però in modo sempre più chiaro che la libertà totale, propria dei figli di Dio, verso la quale tutti aneliamo, è possibile solo in quanto ritroviamo
, uscendo dall’illusione di questo mondo e dall’alienazione della nostra mente egoica, la nostra reale identità, la nostra libertà, la nostra assoluta trascendenza nel mondo dello Spirito: "Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà" (2Cor 3,17).
  Questo stadio della nostra meditazione è di grandissima rilevanza, e va perciò approfondito con cura in ogni sessione di pratica e ogni giorno di più, reiterando con serena costanza il breve cammino che ci porta ad incontrarlo: sorrido, mi abbandono: questo è un momento meraviglioso, ed è meraviglioso perché io in esso sono libero, ed essere veramente libero significa essere aperto all’infinito, essere trascendente rispetto al mondo intero, essere uno spirito eterno.
  La fonte dell’infinito è dunque dentro di me, ed in realtà essa mi chiama. Questo mio essere aperto all’infinito, infatti, mi spinge ad essere in un certo modo, è cioè una chiamata ad essere sempre più integralmente umano. Ed è proprio aprendomi alla fonte infinita del mio essere, che è dentro di me, che io posso imparare ad essere ciò che sono, ad essere umano in pienezza, e cioè un essere pienamente libero. Questo essere un essere umano in pienezza, in quanto totalmente aperto alla fonte dell’infinito che è dentro di sé, e perciò libero e trascendente (il mondo), è il mistero stesso del Dio che si fa Uomo, si fa cioè proprio un Io umano, donandoci la propria stessa libertà creativa, è cioè il mistero stesso di Gesù. In comunione spirituale con Gesù l’Infinito Pensiero creatore di Dio si fa Umanità adesso in me. Io mi apro totalmente a questo Evento: la Fonte infinita dell’Essere assume adesso la mia umanità, e mi fa perfetta-mente umano, un io umano perfetta-mente realizzato, mi cristifica cioè e mi salva. Posso dire perciò con crescente verità: Dio è davvero in me: io sono veramente il tempio vivente di Dio (1Cor 3,16), e posso rivolgermi direttamente a lui adesso presente in me: Immanu’El: Signore Gesù! Entriamo così de-liberata-mente nella Nuova Alleanza, nel processo della Ri-Creazione personale e cosmica a partire dal Principio perfettamente incarnato, compenetrato nella nostra umanità.
  Questa fase della nostra meditazione culmina dunque con la realizzazione sempre più concreta della presenza dello Spirito di Dio nel mio spirito, dell’Infinita sapienza creatrice che adesso si fa la mia umanità, il mio vero io, sanandomi e trasformandomi secondo la mia immagine divina originaria, e cioè rendendomi capace di perfetta libertà creativa: "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi" (Galati 5,1). Realizziamo perciò il mistero centrale della fede cristiana: l’Incarnazione di Dio in Gesù, e lo realizziamo come evento attuale, come principio della mia personalissima nuova umanità che ora si sta configurando. Qui il nostro io entra in relazione col principio vivente della propria rigenerazione, e lo può fare in piena consapevolezza ovviamente solo se ha già ascoltato e creduto nell’annuncio di ciò che in Cristo è stato avviato sulla terra. Qui cioè la pratica meditativa dà conferma alla fede che è già stata accolta. Dal momento in cui ci rivolgeremo al Signore come nostro Signore, in quanto Principio vivente della nostra specifica e attuale trans-figurazione, passeremo nettamente dalla pratica meditativa ad una vera e propria preghiera cristiana, che diventerà sempre più diretta e personale, e nella quale sarà lo Spirito stesso a suggerirci che cosa chiedere o dire in base ai reali bisogni della nostra crescita momento per momento. Noi però per ora ci fermiamo qui.
  E’ molto importante, come abbiamo detto, realizzare reiteratamente gli stadi principali di questo percorso meditativo che vi riassumo perciò schematicamente per vostra comodità:

  1. sorrido (inspiro): apertura, dilatazione interiore, accoglienza/ mi abbandono (espiro): non trattengo, lascio andare;

  2. sorrido/accolgo con simpatia e poi abbandono ogni specifico oggetto di pensiero o emozione che sorga dentro di me;

  3. così scendo nel presente: questo è un momento meraviglioso;

  4. nesso tra abbandono interiore e pacificazione; e nesso tra abbandono ed esperienza del presente;

  5. (realizzo quali resistenze o pensieri automatici mi trattengano dall’abbandonarmi un po’ di più)

  6. questo è un momento meraviglioso perché qui, in esso, io sono libero; e sono libero in quanto io sono aperto all’infinito;

  7. io sono libero in quanto trascendo ogni limitazione spazio-temporale e ogni condizionamento psichico, sono perciò un essere spirituale in un mondo dello Spirito: nesso tra essere uno spirito ed essere libero;

  8. la fonte dell’infinito è in me e adesso si fa umanità in me e mi trans-figura, mi salva: Signore Gesù! Entro in relazione con il Principio vivente della nuova ed eterna Alleanza.

Procediamo con estrema lentezza e accuratezza. Non affrettiamo la realizzazione progressiva degli stadi della nostra meditazione. E’ molto meglio realizzare pienamente i primissimi stadi piuttosto che procedere senza profonda assimilazione. Soffermiamoci perciò su ognuno di essi per il tempo necessario, che a volte potrà essere di giorni, di settimane, o anche di mesi. E poi torniamo ogni volta a perfezionare, a rifinire, a ri-esperimentare, come se fosse sempre la prima volta. Lasciamo che la nostra meditazione proceda in forma organica, sbocci come un fiore.


Bill Viola, quando l’arte diviene cammino dell’anima


Il collegamento con l’artista americano è arrivato improvviso. Durante l’ultimo incontro di Darsi Pace. Marco Guzzi, l’ideatore dei gruppi, aveva disegnato alla lavagna un grafico che descrive il percorso di ogni anima verso la sua liberazione. Aveva diviso lo spazio in due.

 

 

Da una parte un monte, che ognuno di noi sale bruciando i nodi delle sue ferite, delle sue maschere, delle sue difese; dall’altra un cielo, da cui – come dice Ezechiele – scende l’acqua della purificazione, la parola che – liberi dai nostri lacci – finalmente ci rende noi stessi, autentici nel nostro essere profondo. In mezzo a questi due mondi, una linea retta, una soglia dove l’incontro magicamente avviene.
Ho guardato quel grafico per un po’, poi mi sono ricordato: sì, ho già visto questo schema. Era un installazione di Bill Viola alla mostra in corso a Roma nel palazzo delle Esposizioni.

Il racconto che Viola fa, con i suoi incredibili video proiettati in alta definizione su enormi schermi piatti a una velocità oniricamente lenta e fluida, ripeteva a suo modo lo stesso concetto. Un enorme sala buia al centro della quale un grande televisore. Da una parte vediamo un uomo incedere lentamente verso lo spettatore, camminando da molto lontano, fino a raggiungere dopo una decina di minuti il limite dello spazio. Poi vediamo una fiammella che dal basso lambisce i suoi pantaloni e che sale, sale su fino ad avvolgerlo completamente, fino a cancellarlo. Lì per lì pensi che tutto sia finito qui. Soltanto quando fai per andartene ti accorgi che dalla parte opposta dello schermo c’è lo stesso identico personaggio, che fa lo stesso identico percorso, negli stessi identici tempi e all’unisono con l’altro, ma che una volta arrivato alla soglia viene sommerso da una lunga e crescente docca purificatrice. Anche qui una doccia che finisce per dissolvere il personaggio.  Prima il fuoco che annulla le storture del nostro ego, poi l’acqua che ci rigenera nella verità. Lo stesso concetto che avevamo sviluppato nel gruppo.

Consiglio a tutti di visitare la mostra di Viola, per molti critici il più grande artista vivente. Da anni lavora con i pixel come colori di una tavolozza ed è uno dei pochi artisti capaci di trasformare la visione di un’opera d’arte in un’esperienza che confina col sacro. Impossibile non restare turbati, interrogati, chiamati a un pensiero di fronte a video come quelli esposti alla mostra romana. C ‘è l’incontro impossibile tra due amanti che si cercano senza mai toccarsi, divisi da una serie di  veli su cui viene proiettata la loro illusione. C’è un incredibile movimento di punti bianchi nell’oscurità che si trasforma poco alla volta nel sorprendente ingresso di un angelo che scaturisce dalle acque. C’è la fila di persone sconvolte che si consolano a vicenda tra loro e guardano te, spettatore, con lo sgomento di chi è di fronte a  un  cadavere.  Ci sono video carichi di spiritualità che riprendono le meraviglie del Rinascimento italiano, come Pontormo o Piero della Francesca.

C’è qualcuno che vuole condividere le emozioni della mostra? Per chi non è ancora andato, è bene affrettarsi. C’è tempo solo fino al 6 gennaio.

Bill Viola – Visioni Interiori ?Palazzo delle Esposizioni, Roma?Fino al 6 gennaio?Dalle 10 alle 20, venerdì e sabato fino alle 22,30?Lunedì chiuso??www.palazzoesposizioni.it


In ricerca. Silvia ci ha scritto

Pubblichiamo questa lettera pervenuta alla Redazione: esprime uno spirito di ricerca, contiene riflessioni e pone interrogativi che possono interessare molti.

Sono psicologa, sto frequentando il 3° anno della scuola di psicoterapia ipnotica e sto imparando pian piano a conoscere gli Stati Modificati di Coscienza. Nonostante io sia cristiana mi sono anche avvicinata alla meditazione Vipassana. Notandone i benefici sia a livello professionale che personale, ho cercato percorsi simili in ambito cristiano.

Gli Stati Modificati di Coscienza (e l’autoipnosi) mi appaiono un mezzo privilegiato per accedere a quello che in un percorso di meditazione cristiana si chiama il Centro.

Mi domando: come mai non esistono percorsi di meditazione simili in ambito cristiano? come mai parlare di queste cose nell’ambito di corsi di meditazione vipassana è abbastanza normale mentre in ambito cristiano sono dolori?

Io penso che gli stati modificati di coscienza ci siano stati donati da Gesù per utilizzarli, e per me il problema fondamentale sta nel farne buon uso in una cornice ?cristiana’.

Ho letto testi bellissimi di S.Teresa d’Avila, S.Giovanni della Croce, S.Ignazio, Edith Stein, etc….e in tutti trovo delle somiglianze con alcuni processi di autoipnosi (solo che non sono nominati come tali) che mettono in contatto con una parte più profonda di sé stessi.

Desidererei trovare un padre spirituale che conosca questi percorsi di crescita personale, transpersonale e spirituale e che possa aiutarmi.

Uno dei miei problemi è: come fare a discernere l’affettività che deriva dal superconscio, da questo “castello interiore”, dall’inconscio in cui albergano le nostre paure, i nostri condizionamenti, i nostri desideri?

Mi ritrovo a “fare da sola”, cercando di mescolare meditazione vipassana, valori cristiani, discernimento tra il mio ego e il maestro interiore, cercando di ascoltare Gesu e non riuscendo a cogliere la sua voce.

Ma non posso pensare che Gesu non ci abbia lasciato modi “esperenziali e concreti ” per sentirlo nella vita di tutti i giorni.

Ringrazio per l’attenzione e la disponibilità.

Cordiali saluti. Silvia

 


 

La marcia dei pinguini, gli animali del freddo che scaldano l’anima

immagine di pinguini
Sono tre minuti di puro abbandono, di gioia libera, magari per prepararsi alla preghiera con le labbra piegate in un sorriso.

E’ un passaggio dal film La marcia dei pinguini. I pinguini spiaggiano al sole per un breve riposo. Corrono, si mettono in mostra, battono le ali, aspettano, danzano, in gruppo, a due a due, da soli, per amicizia, per seduzione, per amore. Ma quello che resta è soprattutto la musica, una ninnananna avvolgente a un passo dall’apparire scontata ma capace – unita alla forza delle immagini – di prendere la mente e cullarla in un lontano ricordo di pace, spensierato e fisso sul presente, proprio come quando eravamo bambini e come i pinguini giocavamo.

{youtubejw img=”http://farm4.static.flickr.com/3157/3099317716_6332ce9c25.jpg”}CX5bh8c-GnE{/youtubejw}


Arcade Fire – Indie Rock2

immagine con mano e penna di piume
Non ritenendo ancora concluso l’argomento mi piace proporre in questa sede un altro brano di questa band di indie rock di cui ho parlato un po’ di tempo fa, perché semplicemente …. è Bello.
Il titolo è No Cars Go ….loro sono Arcade Fire.

Il testo scritto dalla band canadese dice più o meno così:
Conosciamo un posto dove nessun aereo va
Conosciamo un posto dove nessuna nave va
Nessuna auto va
Dove nel posto che conosciamo
Conosciamo un posto dove nessuna nave spazialeo va
Conosciamo un posto dove nessuna metro va
Nessuna auto va
Mamma
Papà
Non vanno
Noi bambini sappiamo
Nessuna auto va
Dove noi sappiamo

Tra lo scatto della luce e l’inizio del sogno…

La musica è un crescendo possente e profondo di fiati archi chitarre percussioni voci cori e luci…

a voi l’emozione:

Arcade Fire – No Cars Go (Big Day Out 2008 Sidney)

 

… e mi ritorna in mente mentre sotto la pioggia al mattino presto mentre è ancora buio e sul mio motorino percorro le insidiose strade di Roma schivando auto e incidenti … con una piccola speranza nel cuore!


Il cuore dei misteri

Quando raggiunsi il cuore dei misteri
era d’inverno, odioso vanto
delle tribù più vili; e lampeggiava
a tratti la dorsale
spina, nelle sinuose baie
del suo porto.

Mi minacciava
ovunque; ma fiorivo.

Come il cerbiatto
fugge sulla rupe
azzurro e cieco,
così
il moto delle fughe
mi centrò, e un fuoco
mi rifece l’occhio vuoto
per l’abbondanza delle tue cadute.

Marco Guzzi, Teatro Cattolico, 1991

Viviamo in un tempo di grande confusione e oscurità, nonostante le luci artificiali e i falsi movimenti che illudono chi resta in superficie. 
Scarsi sono i richiami, gli appelli ad una crescita dell’umano: tutto sembra cospirare per renderci distratti, confusi, lontani da noi stessi.
Ci accomuna spesso uno ‘stare insieme’ tribale, fatto di riti collettivi mediatici e di sacrifici a idoli.
Poco di cui vantarsi, poca vitalità e energia “nell’oscuro distretto degli uomini” (Trakl).

Eppure basta un  momento per raggiungere il cuore dei misteri.
È un’avventura che accade nella viltà, nell’umiliazione, nel gelo di quest’inverno della civiltà.
Accade nel corpo, lungo la spina dorsale, a lampi.
Con la minaccia di forze avverse e a rischio di spaventose aperture.
Un flusso di energia spirituale inonda la mia vita con una dinamica folle e precisa, un fuoco accende la nuova visione nell’occhio purificato dalle acque del cielo.
Questa visione mi dice emotivamente dove mi trovo, offrendomi delle tracce per proseguire il cammino.
Mi assicura che, nonostante tutto, inesorabilmente, fiorisce il seme della crescita.
Dove il mio io sa vedere solo la penuria, il finire, la morte, questa parola rivela abbondanza di vita, ricchezza di doni e di futuro.

Immagine: Alessandro Guzzi, Il luogo della cerva, 1991


Chi sono oggi i farisei?

Se Gesù fosse vivo oggi contro chi scaglierebbe le durissime accuse che vediamo qui gridate, in questo stupendo brano del film sul vangelo di Matteo, realizzato da Pier Paolo Pasolini?
Contro quali parti di noi?

Dove si nascondono oggi le peggiori mistificazioni del bene, della pace, della giustizia, della verità?

Gesù attacca l’ipocrisia, il mascheramento, la cura della esteriorità, e invita tutti alla trasformazione interiore.
Dove vedete massimamente all’opera oggi l’ipocrisia dei sepolcri imbiancati?In quali atteggiamenti, anche nostri, l’Ego manifesta tutta la sua arroganza cieca?

Come mai Gesù, che è mite e umile di cuore, sa essere anche così rude, violento, severo?
Come mai queste tonalità della sua predicazione sembrano quasi del tutto sparite?

Chi oggi uccide i profeti?
Chi oggi tenta di azzittire le poche voci profetiche, di seppellirle sotto la coltre della chiacchiera universale?

Proviamo a fare un gioco, certo non semplice, proviamo con molta immediatezza e spregiudicatezza a rispondere a queste domande che tentano di attualizzare il durissimo appello del Cristo.
Valido oggi tanto e più di allora.

 

 

 

 


Genitori e Figli nella Rete

 

Vi siete accorti che mi piace trovare cose “belle” nella Rete e che mi piace condividerle anche con mia figlia, mia moglie e tra un pò anche con il più piccolo.

Capita poi che ti venga chiesto di partecipare ad un incontro di genitori per raccontare che cosa sta succedendo in Rete, perchè questo mondo è così attraente per i giovani.  Si parlerà di “Genitori e Figli nella Rete”.


E’ un pò che ci penso e mi sono fatto un’idea.  Poi ho pensato perchè non approfittare di voi per coinvolgervi nella preparazione, per avere qualche suggerimento e riflessione.  Mi piacerebbe sentire per primi i genitori a seguire tutti gli altri e magari ci fossero i vostri figli … ne sarei lusingato.

Vi condivido alcune riflessioni.

Prima riflessione – Oggi la Rete viene dipinta come “luogo pericoloso”, dove si agirano strani individui con strane idee per la testa. Un luogo dove può capitarti di tutto. Un luogo che uccide la creatività (guardate il video di questo post), le relazioni, .. insomma da evitare possibilmente.. troppo complicato, difficile e losco.

Cito Camus: “L’onestà consite nel giudicare una dottrina dai suoi punti di eccellenza e non dai suoi sottoprodotti”.
Se al posto di dottrina metto il calcio, lo studio, oppure i genitori, i figli, le relazioni oppure .. la Rete il significato di onestà è ancora valido.

Purtroppo i sottoprodotti (la nostra pancia) si vendono meglio dei punti di eccellenza (i nostri punti di bellezza) i quali richiedono uno sforzo maggiore per metterli in luce .. infatti hanno bisogno di essere “meditati” (come lo studio e le relazioni),  “praticati” (come lo sport), “frequentati” (come gli amici).

Seconda riflessione – A proposito del discorso del Presidente Napolitano sulla “regressione civile” vi evidenzio un passaggio dell’intervista a De Rita (sociologo) estratto dal Corriere della Sera del 02/06/2008.

“Bisognerebbe favorire al massimo tutto ciò che aggrega. Mi rendo conto che non è facile. Ma occorrerebbe rifare le associazioni, i sidacati, i partiti, le parrocchie, tutto ciò che può ricreare un’identità positiva. Un po’ alla volta sono venuti a cadere tutti i luoghi e tutte le forme che permettevano di fare qualcosa con gli altri.”

Quando diciamo la Rete diciamo che Internet è “La Rete di Persone”.  La Rete di cui si parla NON E’ tecnologia.
Nella Rete ci sono persone quindi ci sono relazioni. Non è perfetta (cosa lo è?) E’ su questo che ci dobbiamo interrogare e farci coinvolgere dai nostri figli.
A dire che se le relazioni nella vita reale fanno schifo e producono fango .. bhè il fango anche se rimescolato sempre fango rimane.

Terza riflessione – La rete sta “modificando” le relazioni. Le relazioni in rete sono tra pari (peer to peer).  Nessuno chiede il curriculum o si fa chiamare dottore, ingegegnere… . Contano i contenuti, la tua esperienza quello che hai imparato, che condividi e fai con gli altri. INternet o la Rete chiamatela come volete è un “facilitatore” delle relazioni. In rete come nella vita ci si mette (dovrebbe mettere) la faccia .. onori e oneri.
I rapporti del tipo “capo e sottoposto” gerarchico – militare non aprono alcuna relazione … quindi in Rete non esistono

Concludo…  con una frase di Don Bosco che mi risuona spesso: “Amate le cose che amano i giovan (neel nostro caso i figli)”
Ma non è che il problema è di tipo educativo? Mi spiego. Non sapendo più tirare fuori le cose belle che abbiamo (figuriamoci dagli altri) come genitori, educatori (maestri, professori,..) allora dobbiamo sempre scaricare su qualcun’altro o qualcos’altro… o no?

Allora me la date una mano a .. mettere un pò di Darsi Pace?

Aspetto vostri suggerimenti e commenti..  e non dimenticate di dirlo ai vostri figli e agli amici dei figli 🙂

Naturalmente vi faccio sapere quando si terrà l’incontro e per chi non viene … vi farò un post-racconto 🙂

 

La favola di Flatlandia

 


La Favola di Flatlandia, scritta dal reverendo inglese Edwin Abbott nel 1882, è il racconto fantastico di un mondo a due dimensioni, una metafora del modo in cui le assunzioni implicite di una determinata cultura pervadono e uniformano a sé l’intera capacità di percezione e di pensiero degli individui.

 “Flatlandia è un paese a due dimensioni, altezza e larghezza: è come un foglio di carta, dove non c’è alcun rilievo. Gli abitanti non possono vedersi, come avverrebbe in un mondo tridimensionale, perché sono essi stessi “appiattiti” sulla superficie del foglio. Essi usano il tatto come principale sistema di riconoscimento.

Una nebbia avvolge la pianura di Flatlandia. Questo è un fattore favorevole, infatti permette un uso sia pur rudimentale della vista e quindi di farsi un’idea delle distanze: ciò che è più vicino è più nitido, ciò che è più distante è anche più sfumato.

Grazie alla nebbia, gli abitanti di Flatlandia possono anche dedurre le forme degli oggetti che si presentano davanti a loro e quindi farsi un’idea dei loro perimetri e del numero di lati di cui sono costituiti.

Gli spigolosi Triangoli sono operai; i Quadrati, professionisti, i Pentagoni e gli Esagoni rappresentano la nobiltà; i Circoli sono sacerdoti.

Un giorno una Sfera -cioè un solido, elemento tridimensionale- scende su Flatlandia, e parla con quel Quadrato che è anche il narratore. La Sfera annuncia l’esistenza di una terza dimensione (la profondità) e vuole farne partecipe il “bidimensionale”; ma costui reagisce con aggressivo terrore: non è disposto ad accettare una realtà che non può controllare coi sensi. Della Sfera egli percepisce infatti soltanto la circonferenza, la sezione circolare con la quale essa seca il suo piano.

La Sfera -non potendo dimostrare razionalmente la sua terza dimensione – rapisce il Quadrato e lo porta in alto. Ritornato in patria, il Quadrato, che tenta di dar testimonianza di quel che ha visto, viene trattato da sedizioso.

Rinchiuso per lungo tempo nel carcere di Flatlandia, il Quadrato racconta di oscure e misteriose visioni; e inizia a dubitare che vi sia un’altra, più comprensiva realtà: la Quarta Dimensione…..”

Questa favola ha profeticamente anticipato la scoperta delle geometrie non euclidee che hanno sconvolto i parametri fondamentali della conoscenza.

L’uomo da secoli è abituato a considerare l’esperienza inquadrandola in uno spazio a tre dimensioni: larghezza, lunghezza e profondità, cioè linee, superfici e volumi; adesso appare legittimo ammetterne altre sino a parlare di uno spazio a n dimensioni.

Ci è impossibile immaginare uno spazio che comprenda anche altre dimensioni.  Noi, infatti, percepiamo la realtà secondo i parametri della nostra cultura la quale seleziona e sviluppa alcune potenzialità umane, ne respinge altre e ne ignora molte.

La cultura è una forma di sapere inconscio,  un filtro attraverso il quale facciamo esperienza del mondo. Non è facile diventare consapevoli delle assunzioni implicite della cultura in cui viviamo, perché la assumiamo insieme all’aria che respiriamo.

Il paradigma positivista-scientista  -tutt’ora dominante nella nostra cultura – considera l’uomo solo nelle due dimensioni di mente e corpo; ci porta a vedere una realtà piatta, bidimensionale, la superficie dei fenomeni, ignora la profondità dell’esperienza, la dimensione dell’invisibile. La realtà spirituale è ridotta a contenuti mentali, a cose di cui parlare, avulse da una autentica esperienza.

E’ espressione di un io autoreferenziale che vive nell’illusione della sua autosufficienza onnipotente, di un io orientato a prevedere/controllare un ambiente potenzialmente pericoloso, di un io difensivo che reagisce con ‘aggressivo terrore’ verso ciò che esce fuori della sua sfera di dominio-controllo.

Il nostro modo di pensare e di relazionarci con il mondo si è costruito così, difensivo, bellico, secondo la cultura dominante. Siamo considerate persone ben ‘adattate’, ‘normali’, se ci comportiamo secondo questi parametri.

Per aprirci ad altre dimensioni dobbiamo affrontare un lungo lavoro di de-strutturazione della mente ed affrontare  i terrori che questo comporta.

Bion (psicoanalista inglese) ritiene che solo adottando un ‘vertice’ mistico è possibile affrontare i terrori che l’ampliamento della conoscenza comporta; solo adottando un atteggiamento simile a quello del mistico (sospendendo memoria, desiderio e comprensione) è possibile conoscere la ‘realtà invisibile’.

Si tratta di una forma di conoscenza ‘divenuta’, concessa ad una mente umile, docile,  che si rende vuota per accogliere e lasciarsi fecondare dal mistero.

La meditazione è il luogo del silenzio dove posso coltivare l’esperienza della profondità.

E’ il luogo in cui imparo a svuotare la mia mente irrequieta e ribelle.

E’ il luogo in cui entro in relazione con l’Altro che mi ri-genera ad ogni istante.

E’ il luogo dove il mio io ferito impara a mollare le sue difese, ad abbandonarsi con fiducia.

E’ il luogo dove vivo la gioia del ritorno a ‘casa’, dell’abbraccio di un Padre/Madre sempre in attesa  che fa festa per me.

Il ritorno al quotidiano è un po’ sempre come la discesa dal monte Tabor: c’è la fatica di continuare a credere all’esperienza fatta in un mondo che la considera vana illusione, la fatica di coltivare la speranza che il mondo tutto potrà essere trasfigurato, la fatica di rendere testimonianza del processo di trasfigurazione in corso nella propria vita.

Quando trascuro di ritornare al luogo del silenzio mi ritrovo immediatamente appiattita, risucchiata dalla mentalità del mondo, incapace di vedere la ‘profondità’, di comprendere il senso delle cose.  La mia mente ridiventa iper-attiva, piena di verità illusorie, autoprodotte,  tutta protesa a controllare una realtà sempre più imprevedibile nella sua molteplicità slegata e priva di senso.

E il mio io alienato nella sua illusione di autosufficienza onnipotente vive tutta la paura e l’angoscia della sua  impotente limitatezza.

 


 

Quando l’ozio nutre l’anima

 


Mi sono ritrovata spesso a rifugiarmi nel lavoro come rimedio
all’angoscia , l’angoscia di incontrare me stessa e non sapere cosa
dirle.
Nei momenti liberi organizzavo mille cose per non avere spazi vuoti,
incontravo molte persone per aumentare chissà quali opportunità.

Poi ho scoperto l’ ozio. Quello che ti permette di fare una
passeggiata senza pensare a nulla,
di incontrare un amico senza dover necessariamente parlare con lui e
ho sentito che quelli erano i veri momenti del piacere e del
nutrimento.

Ricordiamo sempre di dedicare uno spazio alle nostre intime
necessità, tralasciando le richieste esterne e ascoltando il
silenzio, perchè perdere di vista l’anima è perdere se stessi.