La sede della sapienza

Quando la mattina offro la mia realtà sconnessa e sconclusionata all’esperimento del silenzio interiore, inizio a ricordarmi che esiste la sapienza, uno “spirito che ama gli uomini”.
E’ la devozione del giardiniere alla cura del suo roseto.


E’ un lavoro quotidiano di liquidazione della mente, di sbucciatura degli strati di parole e pensieri maledetti, disperati e castranti che mi governano. Che mi danno l’amaro in bocca.
La sapienza è un sapore, un gusto, una sostanza dolce, che mi apre al sorriso.
La liberazione accade come un’irruzione dall’alto: scroscia la luce, adolescente, e la cappa che mi opprime si scioglie: anche la morte, l’ultima nemica, prima o poi sarà dissolta, come un calcolo renale.
Veramente la tua luce scroscia, adolescente, rinnovandomi e aprendomi all’infinito.
Nel vuoto della mente si apre uno spazio, appare il campo, un luogo di pace: è un’ombreggiatura cava, una schiarita, la tua Ridente.
L’anima che dimora in Dio sorride.
La mia anima immacolata sottratta al potere degli uomini e della parte più negativa di me stessa.
In questo stato di tranquillità e di immobilità vedo in trasparenza la perfezione di tutte le cose.
Da questa sede non vorrei mai muovermi, sento la mia integrità, il mio corpo franco, liberato.
Sento il divino in me, nella mia povera esistenza e questa è la fede che per oggi mi basta.

LA SEDE DELLA SAPIENZA

“la nostra bocca si aprì al sorriso”
(Salmo 125,2)


Ogni giorno mi liquidi la mente
Che un castrato
Verbo fece inviperire.

Scroscia la tua luce adolescente
E mi dissolvi anche l’antica calcolosi
Detta morte.
Poi resta il campo :
La tua ridente,
Dentro i miei vuoti pensieri.

E’ questa la mia sede :
Un corpo franco.
Questa è la fede: essere un uomo
E Dio
Unita-
Mente.

Marco Guzzi, Nella mia storia Dio, 2005

Alessandro Guzzi, The devout gardener, 2005, olio su tela di lino, cm 60×60.

Esperienza della “Forza”

 

La forza

La forza potrebbe intendersi come manifestazione di pienezza di vita, ma io intendo anche la perfezione estrinsecazione di pienezza di vita, e così la gioia, la beatitudine, la libertà… Sono tutte forme, distinte, che a mio parere possono esprimere l’energia vitale pienamente manifesta. Nella forza, tutto ciò si esprime forse più nell’elemento della volontà, quindi meno cosciente, nella libido, o nell’energia che mi riesce di esprimere in un passaggio vibrante e appassionato di un’esecuzione al pianoforte.


Ed è infatti a questi ricordi che si orienta, ora, la mia mente nel riferirsi ad un episodio in cui ho sperimentato in me la forza.
Vivere la forza, allora, implica un abbandono alle forze vitali.
Per un carattere simile al mio, un tempo, da bambino, il ricorso alla forza nascondeva il sentimento di una debolezza psichica e intellettuale nei rapporti coi miei simili e, di conseguenza, mi affidavo ai muscoli, all’intelligenza muscolare, al senso dell’equilibrio fisico, all’astuzia, alla prontezza dei riflessi, nell’imitazione dell’immagine che mi ero costruito di mio padre.
È così che riuscivo a competere con i miei pari e molte volte ho gioito nelle dimostrazioni della mia forza fisica, del rispetto che la mia potenza suscitava nei coetanei.
Crescendo ho vissuto la disillusione, scoprendo che la forza, nella competizione, è sempre relativa ad un avversario, e che c’è sempre qualcuno più forte di te.
È stato un percorso lungo e doloroso fino al riconoscimento che la vera forza, in quanto abbandono alla potenza creatrice della vita, non risiede nel conflitto, nella competizione, ma nella fedeltà al divino, nella costanza della mia fede alla forza creatrice, e da questo, nella disponibilità ad una apertura a tutto ciò che mi viene incontro, al nuovo.
Il coraggio di non indietreggiare di fronte alla possibilità di un allentamento delle mie strutture difensive.
Il coraggio di scendere là dove si annidano i miei attaccamenti a una identità costruita, le mie identificazioni nevrotiche.
In quei momenti, quando sono riuscito a spezzare le catene delle mie maschere e ho accettato di confrontarmi umilmente con le mie ombre, avverto un calore caratteristico, un’energia capace di liquefare le corazze interiori… letteralmente, calore misto ad acqua, che sprizza dai pori sotto forma di sudore e dagli occhi come lacrime.
Al termine di queste esperienze non sono più quello che ero prima, come se una piccola parte di me si fosse trasformata, purificata, determinando la liberazione di nuove energie.
Ecco, per me l’esperienza della forza si caratterizza sempre più come capacità di diventare canale di vita.

 

Intorno A Noi

 

dsa

Voglio condividervi un momento di tenerezza, una “video-poesia”.  Non saprei come altro chiamarla. Mi è venuta in mente leggendo gli ultimi post e commenti inseriti nella categoria Emozioni … e dal mio interesse nelle relazioni … (lavoro in rete fondamentalmente per questo) 🙂


E’ vero basta poco per iniziare per dare e darsi pace … la vera sfida è continuare a farlo …

A questo punto decidete voi se leggere prima il testo e poi vedere il video … 🙂

Il testo è subito dopo il video e lo trovate sia in inglese (che è la versione originale della video poesia) che in una mia “libera” traduzione in italiano.

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This story is about two cities divided by a great ocean united by hope, hungher
Questa è la storia di due città (Sidney e New York) divise da un grande oceano

Unite dalla speranza e dalla fame

Through your eyes our city is famous, happy .. you can feel [the heart]
Attraverso i  tuoi occhi ti accorgi che la nostra città è conosciuta da molte persone, fortunate, [amata]

But what is it we love today – Ma cosa amiamo oggi..

Do we love the people or the place – amiamo le persone o i luoghi ..
do we measure empathy by donations – misuriamo la comprensione e i sentimenti degli altri in base all’ammontare delle donazioni….

I walk by you today
I always look away
Anche oggi sono passato davanti a te e come sempre ho distolto lo sguardo

well worn boots with no standing – Scarpe logori nessuna reputazione
do you reason with your condition – Tiri le conclusioni a partire dalle tue ragioni

our city says “we’ll look after you” – La nostra città dice che “noi avremo cura di te”
your very own family turn blind – la tua vera famiglia ti ha dimenticato
when did you last see your dad boys mother brothers – Quando hai visto l’ultima volta tuo padre, i tuoi ragazzi, tua madre e i tuoi fratelli, [i tuoi figli] ..

No fortune to indulge – Nessuna possibilità di soddisfare un desiderio
no sunflower – nessun girasole
no rainbow – nessun arcobaleno
no successful  life – nessuna vita di successo

dsa

 

I walk by you today.
I did not look away
Anche oggi sono passato davanti a te e non ho distolto lo sguardo

A story around every corner – Una storia ad ogni angolo [da scoprire grazie…]
The gentle art of hearing your  truth, your thinking, your Inner Spirit no different to me

[.. alla] nobile arte di ascoltare le tue ragioni, i tuoi pensieri, il tuo Spirito più profondo così simili ai miei

This is the island?

E’ questa l’isola?

Mankind is no island

L’uomo non è un’isola

 

Ah dimenticavo …. E’ stata girata con un cellulare … e ha vinto il premio Tropfest 2008 rassegna di cortometraggi che si tiene ogni anno a NY sia nella sezione “Peolple choise” che “Best film”.

 

Arcade Fire – Musica – Indie Rock

Indie rock, indie pop, …. per il pubblico dei concerti negli stadi, e non solo, sono sinonimo di cultura alternativa, ma cos’è questo fenomeno di cui oggi si parla sempre più? Il prefisso indie, di derivazione english, sta per independent cioè indipendente, ed etichetta quella parte di produzione musicale che non segue il tradizionale circuito finanziario e pubblicitario delle multinazionali di settore ma si diffonde, in tutto il pianeta, attraverso …. la Rete.


 

Da autentico fissato per la musica porto sempre con me qualcosa da ascoltare che arrivi direttamente alla mente passando dal cuore, e oggi nell’era dell’Ipod si offrono scorte e possibilità davvero smisurate. Nel settembre 2005 mentre ri-ascoltavo attentamente l’esibizione dal vivo a Roma di una famosissima band, che avevo perso, mi sono imbattuto nell’indie rock degli Arcade Fire che venivano diffusi come apripista dell’esibizione live, e ne sono uscito conquistato.

Gruppo di origine canadese fondato da Win Butler e Regine Chassagne nel 2003, oggi marito e moglie, successivamente ampliato fino all’attuale organico che nella formazione base consta di 7 elementi tra i quali Will il fratello più piccolo di Win, Sarah, Tim, Richard e Jeremy . Dopo la pubblicazione della prima raccolta di brani, autoprodotta con l’aiuto di amici e parenti, che li fa conoscere e spopola in Canada, arriva lentamente la prima affermazione internazionale con grandi consensi di pubblico e critica con l’uscita del secondo album dal nome Funeral, che scaturisce come maturazione degli improvvisi lutti famigliari che colpiscono a breve distanza alcuni membri della band, ed infine nel 2007 la clamorosa ri-conferma di pubblico e critica con il terzo album Neon Bible, dove si ascolta anche un enorme organo da chiesa e, tra gli ospiti, un’orchestra con cui la band ha registrato a Budapest e addirittura un coro militare, addirittura più acclamato del precedente e la tournè omonima che li porta sui palchi di tutto il pianeta: dalle americhe all’australia, passando e ripassando per l’europa per finire in giappone.

Perché gli Arcade Fire qui a Darsi Pace?

Perché sono diversi, scelgono loro cosa e per chi suonare, perché sono un dirompente fenomeno della Nuova Era della comunicazione, perché la stampa specializzata li definisce “il futuro della musica”, perché i loro fan gli Arcade Fire li hanno conquistati per le formidabili esibizioni dal vivo e grazie al passaparola inarrestabile della Rete, perché sono semplicemente bravi e unici, amano la musica e usano tutti gli strumenti (non solo chitarra, basso e batteria, ma anche pianoforte, violino, viola, violoncello, contrabbasso, arpa, xilofono, tastiera, organo, fisarmonica ed ogni altro strumento o oggetto che possa adattarsi all’ispirazione del momento) capaci di far vibrare con le loro composizioni le emozioni di chi li ascolta, o forse proprio perché il tema conduttore del secondo album Funeral è “un senso di perdita che riporta all’infanzia e che viene costantemente contrastato con la carica positiva di un’emotività estrema” (La Nuova Ferrara – luglio 2007).

Parlano di uomini ordinari travolti dalla routine delle quotidiane metropoli (Antichrist Television Blues), conoscono luoghi dove non vanno né aerei, né auto né navi (No Cars Go), invitano a ribellarsi alla schiavitù del sonno imposta sin dall’infanzia per riuscire a vivere i sogni all’interno della realtà Rebellion (Lies), sognano il brasile che non c’è più (Brasil), ci scongiurano di mantenere l’auto in corsa (Keep the Car Running), raccontano di innamorati che costruiscono gallerie nello spazio tra le loro finestre per incontrarsi nel mezzo della città (Tunnels) e alla fine di ogni concerto danno la sveglia a tutti i ragazzi … “è meglio che cercate sotto” (Wake Up).

Ad una creatività eclettica in armonia con testi attuali e fantastici, si unisce la capacità di sintesi con diversi strumenti e l’uso di cori e cambi di ritmo davvero sorprendente, in grado di produrre brani di rara poesia o struggente ed epico rock, di folk blues o intense ballate pop.

Le più grandi e famose star della storia della musica, da David Bowie a Bruce Springsteen, dagli U2 a David Byrne hanno voluto suonare, rigorosamente dal vivo, con loro, la loro stessa musica, Chris Martin leader dei Coldplay li ha definiti “il più grande gruppo della storia”, e su youtube sono disponibili numerosi filmati che permettono di ammirarli mentre eseguono, in giro per il mondo, il vasto repertorio prodotto.

La mia famiglia intera è rimasta ugualmente rapita da questi artisti e si è volentieri sobbarcata una stressante trasferta a Monaco per poter assistere ad una loro esibizione dal vivo che non dimenticheranno facilmente.

Credo di avere detto tutto, non mi resta a questo punto che proporveli, e penso che il miglior modo sia questa versione australiana di Wake Up, brano sempre molto atteso dal pubblico e che in genere chiude ogni concerto dopo i bis, eseguita nel gennaio di questo anno, sperando che lascino un… sogno anche in voi:

… e auguro a tutti buon intrattenimento.

Il contenitore dell’affetto

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Siamo abituati a nutrire il corpo, che si appesantisce e si deforma, la mente, che ci stressa e ci dà ansia. Ma il cuore, quand’è che nutriamo il cuore? L’UNICO che ci restituisce piacere fino all’amore! BENE! Sono entrata in questa casa e ho trovato il modo per nutrire il cuore.


Lui ha bisogno della leggerezza dell’affetto, della pienezza del senso e della semplicità
nella verità. Tutto questo non ha mai il carattere dell’emergenza e dell’ansia, tipica del mondo
che viviamo, ma della tranquillità di un mondo che qui ho iniziato a vedere.

Il mio cuore era stritolato e denutrito, costretto a mangiare cibo avariato ma ora è sazio
e inizia a vedere e a sentire. Sposta il corpo e la mente nella giusta direzione. Senza più
dubbi, fretta e tradimenti ma solo in un calmo e caldo piacere.

Chiunque può nutrire il cuore ma deve imparare a capire cosa lui vuole,
nel desiderio profondo e nel silenzio delle sue parole.
Imparate a parlare con lui e avrete risposte perfette.

 

Tsunami umano: catastrofe o liberazione?

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La situazione

I dati statistici sulla situazione della popolazione mondiale oggi e le proiezioni per i prossimi decenni ci presentano un quadro allarmante che giustifica lo stato di paura generalizzato. Attualmente la popolazione mondiale ammonta a circa 6,7 miliardi, con una crescita annua di circa 80 milioni di persone. Di questi quasi 5,5 miliardi, vivono nei Paesi in Via di Sviluppo.


Un miliardo e mezzo di persone vivono sotto la soglia di povertà (meno di un dollaro al giorno); un miliardo vive in baraccopoli. La sperequazione del reddito è spaventosa: il 2% della popolazione mondiale possiede la metà della ricchezza mondiale.
Le proiezioni al 2050 prevedono una popolazione mondiale di 9,2 miliardi di cui 8 miliardi nei Paesi in Via di Sviluppo. I Paesi a Sviluppo Avanzato rappresenteranno solo il 13% della popolazione mondiale. In Europa si prevede un calo demografico di circa 70 milioni (con 66 milioni di lavoratori in meno) e un aumento di migranti di circa 103 milioni, di cui 6-7 milioni in Italia.

Leggere i segni

Un vero e proprio tsunami umano sta per riversarsi sul nostro Paese: già da tempo si registrano onde anomale alle quali si risponde con rimedi estemporanei di difesa. Ma per arginare l’onda umana gigantesca che sta per arrivare basterà militarizzare le strade delle nostre città e i mari del nostro paese? Miliardi di disperati che cercano un’occasione di vita potranno essere fermati da soluzioni dettate dalla paura?
C’è un senso più profondo in quello che sta accadendo? Occorre allargare lo sguardo ad orizzonti più ampi e chiedersi: L’umanità a che punto è della sua evoluzione? I sintomi che manifesta sono travaglio di crescita o processo di decomposizione? Dobbiamo preparare una bara, una culla, o entrambe? Cosa sta morendo? Cosa dobbiamo lasciare morire? Cosa cerca di nascere? Cosa dobbiamo aiutare a nascere?
E ancora: Cosa significano gli esodi di massa, le migrazioni di interi popoli? Ciò che appare una catastrofe è forse l’alba della nostra liberazione?

Ci troviamo ad un punto di svolta.

Ogni epoca storica ha un compito evolutivo da realizzare. Quale compito l’umanità è chiamata a realizzare in quest’epoca storica? L’ontogenesi riproduce la filogenesi: osservando il cammino evolutivo del bambino possiamo comprendere il cammino evolutivo dell’intera umanità.
L’umanità sembra affrontare oggi il passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta e vive tutto il travaglio, le paure, le angosce tipiche di questo passaggio.
Per difendersi dal dolore del cambiamento -come un adolescente che rifiuta di crescere- sta attivando ogni difesa possibile, ma il passaggio è inevitabile, è come iscritto nel suo DNA.
O l’umanità imparerà la lezione necessaria al suo passaggio evolutivo, imparerà cioè ad uscire dal suo egoismo, dallo stato ego-centrato, illusorio, bellico, oppure si autodistruggerà.

Vivere è condividere: sembra questa la lezione da apprendere nel nostro tempo per superare l’esame di maturità. I compromessi, le mezze misure, le alternative egoiche, tutto ciò che in epoche precedenti era ancora possibile oggi non è più ammesso. La recente crisi del sistema finanziario ne è la conferma. In un mondo sempre più globalizzato non è più consentito vivere per sé, perseguire unicamente i propri interessi ignorando le necessità degli altri, dell’altro a me ‘prossimo’. Globalizzare la solidarietà sembra l’unica strategia di sopravvivenza concessa all’umanità.

Ciò che prima realizzavano solo i ‘santi’ oggi è richiesto inevitabilmente ad ogni donna e ogni uomo del nostro tempo. L’umanità sembra posta davanti ad una scelta finale: scegliere di amare e conservare così la vita o perseverare nell’egoismo e votarsi all’autodistruzione.

Tsunami umano: esame di maturità.

Forse allora il fenomeno migratorio di massa è allo stesso tempo lezione del giorno e indicazione del compito da svolgere. Questo esodo planetario che porta milioni di persone a mettersi in cammino nella speranza di una liberazione dalla fame, dalla guerra, dalle persecuzioni, vincendo la paura dell’ignoto, affrontando rischi spesso mortali, è come una lezione a cielo aperto, come una rappresentazione su uno schermo planetario di un cammino cui l’umanità (=ogni donna e ogni uomo del nostro tempo) viene chiamata per entrare nella maturità e realizzare la sua vera identità.
I milioni di immigrati in fuga dalle varie forme di schiavitù che li opprimono nei loro paesi sono per noi invito alla liberazione: ci dicono che il tempo è compiuto, che l’alba della liberazione è vicina, che bisogna essere disposti a lasciare tutto, a rischiare anche la propria vita per conquistare l’autentica libertà. Sono un invito a metterci anche noi in cammino, a liberarci di tutti i fardelli che rendono pesante e triste il nostro passo.

Sono l’occasione che ci viene offerta per fare tirocinio sulla lezione del giorno, per crescere nella capacità di amare, per fare delle nostre comunità grandi reti di accoglienza. Essi stessi diventano per noi strumento di liberazione da tutte quelle catene che ci tengono in cattività e ci rendono quindi cattivi, carichi di paura esplosiva. Sono il nostro esame di maturità.

Divenire umanità adulta, imparare a ‘lasciare’, a non rimanere ‘attaccati’ a ciò su cui abbiamo fondato le nostre sicurezze e la nostra stessa identità, imparare ad accogliere e dialogare con il ‘diverso’ da noi, imparare a con-dividere, richiede un personale, lungo, paziente lavoro di con-versione, lavoro facilitato all’interno di piccoli gruppi di trasformazione/liberazione.

La nuova umanità autenticamente libera, capace di amare e condividere, preme per nascere in ognuno di noi. Il gruppo Darsi Pace è come una piccola sala parto di questa nuova umanità. E’ una palestra in cui imparo con dolcezza ad accogliere e a lasciar andare, a non attaccarmi; in cui imparo a non aver paura della mia paura ma ad accogliere anch’essa con un sorriso, a farla mia amica, a farmi condurre verso il ‘mio’ tesoro, il tesoro cui ho ‘attaccato’ e legato il mio cuore.

Darsi Pace è un piccolo laboratorio in cui imparo l’arte del dialogo con un tu diverso da me; in cui imparo a fare esperienza di accoglienza verso me stessa (le parti rimosse di me che tendo a proiettare all’esterno) e verso gli altri; in cui imparo ad allentare le mie corazze, ad aprire feritoie nella mia torretta di orgogliosa autosufficienza, e ad accettare/accogliere la mia fragilità come la mia unica autentica forza., perché –come mi ricorda S. Paolo- “quando sono debole è allora che sono forte”.

 

Un paio di parole

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“A volte vorrei rifugiarmi con tutto quel che ho in un paio di parole. Ma non esistono ancora parole che mi vogliano ospitare. E’ proprio così. Io sto cercando un tetto che mi ripari ma dovrò costruirmi una casa, pietra su pietra.E così ognuno cerca una casa, un rifugio per sé. E io mi cerco sempre un paio di parole”


Etty Hillesum

Capita anche a voi di aggrapparvi ad un paio di parole che sostengono e illuminano la giornata?
In questi giorni mi appoggio a queste parole:
Priorità (ho bisogno infatti di aggiornare di continuo la mappa mentale, l’orientamento, in questi tempi ‘liquidi’ e terremotati, in cui molte certezze sembrano vacillare)
E poi ancora: Consacrazione della mente (alla verita? al bene? sì, certamente, e ad altro ancora)
Infine: Rinunciare al controllo (compresa l’ansia di trovare le parole per dire quest’altro, le fondamenta del rifugio, della casa costruita sulla roccia)
non poco coraggio è necessario in questa danza……….

Thich Nhat Hanh – Movimenti consapevoli

Per noi occidentali può risultare strano che alcuni movimenti corporei possano essere utilizzati come strumenti di meditazione. Eppure il teologo Romano Guardini, già negli anni ’30, inseriva spesso nei suoi esercizi spirituali movimenti fisici, e la tradizione cristiana più antica ha sempre praticato forme di preghiera legate al respiro, e cioè ad una dinamica corporea essenziale.


Nel lavoro dei nostri gruppi “Darsi pace” facciamo precedere le nostre meditazioni da fasi di consapevolezza corporea e anche, a volte, da semplici movimenti di allungamento, stiramento, torsione, e piegamento, derivati dalla tradizione yogica. E gli effetti pacificanti sono consistenti.
Tornare spesso alla consapevolezza di ciò che il nostro corpo sente, imparare a gustare, a godere dei suoi movimenti è una delle vie più semplici e dirette verso la pacificazione interiore.

 

Tiziano Terzani – Un indovino mi disse

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«La meditazione: avevo passato mezza vita in Asia e non me n’ero mai occupato[…] In Cina, in Giappone, in Tibet, in Corea, in Thailandia, in Indocina avevo visitato decine di templi, passato giornate e giornate nei monasteri buddisti, ma il problema della meditazione non me l’ero mai posto. A che serve? Come la si fa? Qual è il suo senso?»


 «L’idea di imparare a meditare da un americano, ex agente della CIA, mi pareva strana, ma è vero, come diceva Leopold, che spesso ci vuole un mediatore occidentale per arrivare a capire certe cose dell’Oriente. Il ritiro era a Pongyang, nel Nord della Thailandia.»
«I primi giorni furono durissimi. Appena seduto, la posizione del loto mi pareva comodissima, ma dopo un quarto d’ora diventava insopportabile; dopo mezz’ora era una vera tortura: le ginocchia sembravano riempirsi di spilli, la schiena era tutta un crampo e il desiderio di muoversi diventava fortissimo. Mai, neppure per un secondo, riuscivo a «meditare». Invece d’essere là dove il respiro toccava la pelle, la mia mente era «una scimmia che saltava da un ramo a un altro», come John ci aveva avvertiti, e non ero capace, neppure per un attimo, di farne «un bufalo solido e forte, mettergli una corda al collo e legarlo a un palo». […]
«Tenevo i piedi sotto le ginocchia, gli occhi chiusi, le mani ferme, ma la testa, quando non si fissava sul dolore nelle gambe o sulla voglia di alzarmi e di urlare, mi andava in tutte le direzioni: scappava e non riuscivo a richiamarla. Non la dominavo; non era mia. Inutile. Il dolore diventava insopportabile e ancor prima che John annunciasse la fine dell’ora col suo amen che era: «Possano tutti i nostri meriti essere condivisi da tutte le creature», io cedevo, mi muovevo, cambiavo posizione, aprivo gli occhi… ed ero frustrato a vedere come certi altri invece continuavano serenamente. Varie volte fui sul punto di andarmene.» […]
«Allora maestro […]gli dissi nell’unico momento in cui, chiamato nel suo bungalow per riferire sui progressi che facevo nella meditazione, ero autorizzato a rompere il Nobile Silenzio […] non ti offenderai se ti dico che in tutti questi giorni non ho meditato un solo minuto; che, invece di concentrarmi sul naso, la mia mente ha fatto di tutto, dal ridipingere la casa in campagna a un progetto per allargare la biblioteca; invece che pensare al respiro, ho pensato alle cose da scrivere e a quanto è assurdo essere qui; quando tu dici di pensare alla ‘gola’, penso a stringere la tua che mi forzi a questa tortura; quando dici ‘gambe’ penso a quelle sotto le gonne di tutte le tailandesi che mi stanno accanto, anche alle gambe di quella vecchia e brutta in ultima fila! »
John rise divertito. «Non disperarti», disse. «Anche tutto quello che dici è passeggero. Finirà. Magari sono secoli che la tua mente non è stata messa sotto controllo. E ora, tutt’a un tratto, pretendi di domarla? In pochi giorni? Aspetta. Tieni duro. Continua a conoscere aniiccia. »  
[…] «Mi pareva che il gruppo come tale sprigionasse una grande energia e che lo sforzo comune elevasse lo sforzo di ciascuno. La mattina dell’ottavo giorno elevò anche il mio. Le gambe mi facevano malissimo, stavo di nuovo per cedere, ma d’un tratto la sofferenza s’acquietò, il dolore non mi fece più paura, cominciò a sciogliersi e sparì. Ce l’avevo fatta. La mente non era più una scimmia che saltava di ramo in ramo. Era lì. Era mia. Fu un grande piacere. Poi sentii le parole di John: «Lascia andare… Lascia andare… Non attaccarti a niente… Non desiderare niente». Anche quel piacere d’aver domato la mente, d’aver domato il dolore, era passeggero, era aniiccia e lasciai che se ne andasse. Tornai al punto dove il respiro toccava la pelle e mi parve di vedermi separato: la mente fuori di me, che guardava il corpo ridotto a uno scheletro insensibile, attraverso il quale sentivo, vedevo soffiare la brezza dell’alba. Una sensazione che non avevo mai provato prima. Sentii la voce di John dire il suo amen, sentii il gong annunciare la colazione, ma rimasi ancora immobile, come avessi perso un po’ della mia pesante materialità. Le ore successive non furono così belle, ma il tempo passava, senza che aspettassi più con impazienza la fine. Meditare non era più una prova di resistenza contro l’orologio, come stare sott’acqua finchè i polmoni non scoppiano. Meditare era diventato quello che doveva essere: un esercizio di concentrazione. Ebbi l’impressione di aver «imparato» qualcosa, come a nuotare, a leggere. Ora toccava a me. »
(Tiziano Terzani / Un indovino mi disse, 27. Il meditatore della CIA)

Ecco, come umile, ma ostinato principiante immagino anch’io di arrivare all’alba di un ottavo giorno in cui tutto finalmente diventerà più facile ….. nel frattempo tengo duro! Ma quanti di questi pensieri del grande Tiziano ho fatto identicamente nelle nostre sedute….. Come dice Marco meditare, in fondo, è una questione di allenamento, dunque non possiamo mollare e se anche a volte appare assurdo, insensato, impossibile… inutile, non rimane che continuare ad allenarci. Bello pensare ancora a Terzani che conclude questo capitolo così: «M’ero ricordato […] che se uno muore meditando e in quell’ultimo istante la mente è quieta, la reincarnazione avviene in un posto di grande pace e tranquillità.»  Da solo non riesco come vorrei, ma nelle meditazioni guidate da Marco, dolori vari e pensieri terribili a parte, ho spesso raggiunto profondi stati di abbandono e tranquillità interiore senza fine, una forte sensazione di fluttuazione … al fondo di un caldo mare calmo, assorto nella contemplazione dell’increspato luccichìo delle onde viste dal di sotto… e … ho saputo pregare.

Il travaglio della nostra trasformazione

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Sono passati tre giorni dal rientro dopo il seminario “Per donarsi”, ma mi è rimasto nel cuore lo stesso sentimento di pace, di profonda quiete che avevo in quei giorni. Ho vissuto pace, armonia, rispetto, accoglienza incondizionata.


Ho ascoltato con molto interesse le riflessioni di Marco, stupita dal modo in cui passava con molta dimestichezza dalla descrizione del macrocosmo, con accenni alla storia presente ma anche a quella dei secoli passati, a osservazioni sul microcosmo, su come funzionano, cioè, la mente e il cuore umano. Come è reale la relazione profonda esistente fra questi due universi!

 

Mi ha fatto bene l’approccio globale e integrato usato in questo seminario formativo, un approccio che chiamerei circolare perché iniziava con la preghiera o meditazione, si inoltrava in una seria riflessione su ciò che è avvenuto o sta avvenendo attorno a noi, sulla parola di Dio e su testi poetici, conduceva ad un lavoro di introspezione e si concludeva con una preghiera profonda. Fin dall’inizio ero invitata ad essere presente a Dio che mi accoglieva in tutta la mia realtà, a sorridere con benevolenza a ciò che emergeva in me e ad abbandonarmi, infine, a Lui per essere risanata.

Mi ha fatto bene sentirmi costantemente principiante (o ricominciante, come dice Marco), ad ogni nuovo incontro, ad ogni nuova esperienza di preghiera o di autoconoscimento. A volte noi, persone consacrate, possiamo illuderci di essere già avanti nella vita spirituale, di conoscere già tutto (o quasi!) in questa sfera. Ma che senso di libertà sentirmi piccola e potermi dire in qualche modo: “Sto cominciando da zero, ma con Dio che è cento”!

È stato bello trovarmi con persone di diversa estrazione sociale che hanno preso sul serio la loro crescita spirituale. Nell’ascolto reciproco ci siamo sostenuti in un breve viaggio/cammino di autoconoscimento, fatto all’insegna della fiducia e dell’abbandono. È stato per me motivo di conforto, di incoraggiamento e di forza constatare che stiamo tutti vivendo con fatica il travaglio della nostra trasformazione, che abbiamo tutti delle ferite antiche da presentare al Signore con umiltà e fiducia per essere da Lui guariti, liberati, perdonati e trasformati in creature nuove.

Ci ha aiutato guardare in faccia le nostre paure, abbandonarci per un momento in esse per scoprire – molto più radicati di quelle stesse paure – dei desideri profondi che, messi insieme, tracciavano in qualche modo le qualità dell’Uomo perfetto, Cristo. È in Lui che volevo rispecchiarmi nel rendere operativi quei desideri appassionati.

Mi aveva colpito da subito l’invito ad imparare il gusto dell’essenziale. Vorrei che questo mi accompagnasse nel compito/lavoro che sono chiamata a ricominciare ogni giorno, con umiltà, pazienza e costanza, e anche con umorismo, per cooperare all’opera del Signore, al suo lento plasmarmi nella creatura unica che Lui sogna, ad immagine del suo Figlio, perché possa anch’io – a mia volta – favorire quest’opera di trasformazione in altre sorelle e fratelli e in tutta la società.

“Questo è il tempo del perdono!” ripeteva Marco. Sì, è il tempo dello scioglimento di quella parte di me che è ancora irretita, presa in una rete, bloccata, paralizzata. Il perdono è un dono dall’Alto che adesso, in ogni momento, posso ricevere per essere una donna nuova, aperta a ciò che lo Spirito desidera fare di me. Ma in questo processo di scioglimento siamo chiamati a sorreggerci reciprocamente, nell’amore autentico, partendo dall’umile realtà in cui viviamo, dall’ascolto delle cose, degli eventi, della profondità del nostro essere.

Nonostante i molti anni di professione religiosa, sono consapevole che a volte sono intrappolata nel mio io ego-centrato, chiuso in gabbia, lontano dal mio vero “sé”. Mi fa bene, dunque, ritornare continuamente al mio io in conversione, riprendere l’arduo cammino in salita per aprirmi, nell’io in relazione, a Colui che può pronunciare su di me la benedizione che dà vita e liberare così le energie creative bloccate in me.

Sento che, curando la parte più debole di me, senza fretta e senza violenza ma con grande rispetto e delicatezza, potrò accogliere il perdono liberante. Abbandonandomi fiduciosamente a Lui, appoggiandomi sulla sua benedizione e nutrendomi di essa, potrò gustare la dolcezza senza fine della Sua presenza. E allora potrò essere davvero una testimone di speranza e una gioiosa annunciatrice della “buona notizia”: “Questo è il tempo del perdono per tutti”.